Martin Eden le apparve come una novità bizzarra, una persona strana, e considerò anche come una novità e bizzarria l’effetto ch’egli produceva in lei. Insomma, non era naturale tutto ciò? Lei s’interessava di lui, come si sarebbe interessata delle belve di un serraglio o dello spettacolo d’una tempesta che l’avesse fatta rabbrividire coi suoi lampi. Come le belve, l’uragano, la folgore, egli era una forza libera della natura; le portava come odor di lontananza e il respiro dei grandi spazî, il riflesso del sole tropicale sul suo viso accalorato, e nei muscoli rigonfi, tutto il vigore primordiale della vita. Egli era tutto improntato di quel misterioso mondo di rudi marinai e d’avventure anche più aspro, delle quali lei non poteva immaginare neppure la più mediocre. Era incolto, selvatico, e lei era lusingata dalla vanità di vederlo accostare così prontamente ai suoi cenni, e si divertiva nell’addomesticare la belva feroce. In fondo in fondo, quasi senza accorgersene, ella sentiva il desiderio di rimodellare quell’argilla informe, a simiglianza di suo padre, che rappresentava ai suoi occhi l’ideale maschile. E la sua inesperienza assoluta le impediva di capire che l’attrattiva che la spingeva verso di lui era la più istintiva delle attrattive, quella la cui potenza fa precipitare uomini e donne gli uni nelle braccia delle altre, spinge gli animali ad uccidersi fra loro durante la stagione della foia e costringe gli stessi elementi a congiungersi.
La rapidità dei suoi progressi era una fonte di sorpresa e d’interesse. Essa scopriva in lui possibilità inaspettate, fiorenti tutti i giorni come piante in un suolo fertile. Spesso, leggendogli dei versi di Browning, essa si meravigliava delle strane interpretazioni ch’egli dava a certi brani discutibili e non poteva comprendere come, con la sola conoscenza dell’umanità e della vita, le interpretazioni di lui fossero spesso più giuste delle sue. La concezione ch’egli aveva delle cose, le pareva ingenua, sebbene ella fosse tante volte elettrizzata dall’audacia del suo slancio che seguiva un volo dalla traiettoria così tesa, che lei non poteva seguirla. Essa si contentava allora di vibrare all’urto di quella potenza inconscia.
Essa suonò al pianoforte — per lui, non contro di lui, questa volta, — e lo provò con un genere di musica la cui profondità sorpassava, d’altra parte, le sue stesse capacità di comprensione. Come un fiore al sole, l’animo di Martin si aprì all’armonia, e fu rapido il passaggio dai «rag-times» e dai «two-steeps» del suo ambiente di una volta, ai capolavori classici ai quali essa lo iniziava oggi. Però egli dedicò a Wagner — quand’essa gliene ebbe dato la chiave, — al preludio del Tannhaüser, particolarmente, un’ammirazione essenzialmente democratica: del repertorio di Ruth, nulla lo attraeva tanto, giacchè era la personificazione stessa della vita sua sino a quel tempo, giacchè per lui il motivo del Venusberg significava la sua vita passata, e Ruth era identificata nel coro dei Pellegrini.
Con le domande che le rivolgeva talvolta, egli giungeva a farla dubitare delle proprie definizioni e della sua comprensione musicale; ma egli non ne discuteva il canto; il suo canto era lei tutta quanta. Il timbro angelico del suo puro soprano l’estasiava sempre; egli non poteva far di meno di paragonarlo ai pigolii acuti, ai tremolìo gracile delle operaie malaticce, e al vocìo avvinazzato delle ragazze dei covi di marinai.
A Ruth piaceva suonare e cantare per lui. In verità, era la prima volta che lei aveva un’anima fra le sue mani, e l’argilla di quell’anima era delicata nel modellarla, giacchè lei immaginava di modellarla, e aveva buone intenzioni. D’altra parte, la sua compagnia le riusciva piacevole; egli non la spaventava più; quel primo spavento, dovuto in realtà alla scoperta del suo io ignoto, era svanito. Essa, ora, sentiva di avere dei diritti sui di lui, ed egli esercitava su di lei un influsso tonico. Dopo lo studio nell’Università, uscendo fuori di quei libri polverosi, essa si abbandonava al soffio fresco e forte della personalità di lui. La forza! Essa aveva bisogno di forza, ed egli gliene dava generosamente. Essere accanto a lui, parlargli, era come bere dell’essenza di vita. Dopo la sua partenza, essa ritornava ai suoi libri con un interesse più vivo e una nuova provvista di energia. Sebbene conoscesse profondamente Browning, non aveva mai pensato che potesse essere pericoloso giocare con un’anima. A mano a mano che aumentava il suo interessamento per Martin, essa si appassionava sempre più all’idea di rimodellarlo.
— Lei conosce Butler, vero? — gli disse lei un pomeriggio, quando lo studio della grammatica, dell’aritmetica e della poesia fu finito. — Ebbene, i suoi inizi furono molto difficili. Suo padre era cassiere in una banca, ma, ammalatosi di petto, vegetò a lungo, e morì nell’Arizona; dimodochè, alla sua morte, Butler — Carlo Butler — si trovò solo al mondo e senza un soldo. Suo padre era australiano; dunque, egli non aveva alcun parente in California. Egli entrò in una stamperia — gliene ho sentito parlare parecchie volte — con uno stipendio di quindici lire al mese. Ora guadagna 150.000 lire all’anno. Come ha fatto? È stato onesto, devoto, economo e lavoratore; ha rinunziato a tutti i piaceri dei giovanotti della sua età. Si costringeva a mettere da parte un tanto per settimana, a costo di qualsiasi sacrificio. S’intende che in breve ha guadagnato più di quindici lire al mese, ma a mano a mano che aumentavano i suoi guadagni, aumentavano in proporzione i suoi risparmi. Egli lavorava di giorno in ufficio e la sera studiava. Non perdeva mai di vista il suo avvenire. In seguito, frequentò, la sera, i corsi superiori. A diciassette anni guadagnava eccellenti paghe come tipografo; ma era ambizioso. Voleva fare strada, non rimanere un povero diavolo che sbarca il lunario, e poco gl’importava di sacrificare le comodità dell’oggi per quelle future. Egli scelse gli studi di diritto, ed entrò nello studio di mio padre come fattorino — pensi un po’! — con venti lire la settimana. Ma aveva imparato ad essere economo, e fece economia anche sulle venti lire.
Essa si fermò per riprender fiato e per vedere come Martin ascoltava. Egli sembrava vivamente interessato dalla giovinezza difficile del signor Butler, ma un aggrottamento delle sopracciglia rivelò una certa agitazione.
— Per un giovanotto, vivere tutti i giorni così non dev’essere stato molto simpatico, evidentemente, — fece lui. — Venti lire la settimana! Come poteva vivere con venti lire? Certo, non era in condizione di comprarsi delle calze di seta! Ebbene, io pago ora venticinque lire la settimana per la pensione, e le assicuro che non c’è da godere troppo. Egli doveva vivere come un cane. Il suo vitto...
— Se lo preparava da sè, — interruppe lei, — cucinando su un fornelletto a petrolio.
— Il suo nutrimento doveva essere peggiore di quello dei marinai sui peggiori trabiccoli, e certo non ve n’è di più infetto al mondo.