Con la sua immaginazione accesa, egli aveva visto immediatamente i mille particolari di quella vita giovanile e del suo povero sviluppo intellettuale, che avevano ottenuto lo scopo di fare un uomo che valeva 150.000 lire di rendita. In un batter d’occhio, tutta la vita di Carlo Butler gli apparve come su uno schermo cinematografico, nel cervello.

— Lei sa che io compiango il signor Butler, — diss’egli. — Era troppo giovane per sapere, ma egli ha rinunziato alla vita per amore delle 150.000 lire l’anno, di rendita. Ebbene! Tutto questo denaro non gli servirà neppure per comperare ciò che avrebbe potuto avere — con i quattro soldi che risparmiava —: caramelle d’orzo, il divertimento al bigliardo o dei posti al Guignol.

Questo modo di giudicare le cose sorprendeva Ruth, giacchè non solo le riusciva nuovo e contrario ai suoi sentimenti, ma conteneva particelle di verità che minacciavano di sgretolare e modificare le sue convinzioni. A 14 anni, forse le sue idee avrebbero potuto cambiare, ma a 24 anni, conservatrice per natura ed educazione qual era, fissata nell’ambiente dov’era nata e che l’aveva formata, i ragionamenti bizzarri di Martin la turbavano là per là, ma essa li attribuiva alla stranezza di quella esistenza, e li dimenticava subito. Tuttavia, pur disapprovandoli, la convinzione con cui li manifestava, il lampeggiar degli occhi e la gravità del volto, la turbavano ogni volta e l’attiravano verso di lui. Lei non avrebbe mai immaginato, in quei momenti, che quell’uomo venuto da luoghi così lontani e così bassi la sorpassasse, per grandezza e profondità di convinzioni. Come tutti gli spiriti limitati che non sanno far altro che riconoscere dei limiti agli altri, essa giudicò che le sue concezioni della vita erano davvero vastissime, che le diversità del modo di vedere che li separavano segnavano i limiti dell’orizzonte di Martin, e sognò di aiutarlo a vedere come vedeva lei, d’ingrandirgli la mente in misura della sua.

— Ma non ho finito il racconto della sua vita, — fece lei. — Mio padre afferma che non ha mai visto un lavoratore della forza del signor Butler, quando questi era fattorino. Era sempre pronto al lavoro; non soltanto non si presentava mai in ritardo, ma veniva di solito in ufficio alcuni minuti prima dell’ora. E con tutto ciò, trovava il modo di studiare, a tempo perso. Studiava la contabilità, la dattilografia e prendeva lezioni di stenografia la notte, facendo fare dei dettati a un cronista giudiziario, che aveva bisogno di esercitarsi. Divenne rapidamente commesso e rese inestimabili servigi. Fu papà a spingerlo a studiare diritto. Divenne notaio, e appena ritornò in ufficio, papà lo associò. È un uomo notevole. Ha rifiutato parecchie volte di entrare nel Senato degli Stati Uniti, e papà dice che può essere nominato giudice della Corte Suprema di Cassazione, alla prima votazione, se ne ha voglia. Una vita simile è un bell’esempio per ciascuno di noi; essa prova come, con la volontà, ognuno possa elevarsi al disopra dell’ambiente nel quale vive.

— È un uomo notevole, — disse Martin, sinceramente.

Ma gli parve che in quella storia ci fosse qualche cosa che urtava il suo senso di bellezza e della vita. Non riusciva a trovare una ragione sufficiente alla vita di stenti e di miseria del signor Butler. Se l’avesse fatto per l’amore d’una donna o d’un ideale di perfezione, l’avrebbe compreso. «L’amante folle d’amore» fa qualsiasi cosa per un bacio, ma non per 150.000 lire di rendita. Fatta questa riflessione, la carriera del signor Butler non lo soddisfaceva. In fondo, aveva qualche cosa di meschino! 150.000 lire di rendita sono una gran bella cosa!... ma la dispepsia e l’incapacità d’essere felice, tolgono, di colpo, molto del loro valore.

Egli spiegò tutto ciò a Ruth, la scontentò e la persuase più che mai della necessità d’un rimaneggiamento totale della sua persona. Essa aveva una mentalità come ce n’è tante; di quelle menti persuase che le loro credenze, i loro sentimenti e le loro opinioni sieno le sole buone, e che la gente che pensa diversamente è della povera gente da compiangere. Questa forma mentale produce oggi il missionario che se ne va in capo al mondo per sostituire il suo Dio agli altri dei di cui un’infinità di brava gente si contenta molto bene. A Ruth, questa forma mentale diede il desiderio di formare quell’uomo secondo un’essenza diversa, a simiglianza delle banalità che la circondavano e le rassomigliavano.

CAPITOLO IX.

Ancora una volta, Martin Eden ritornò in California, questa volta con un’impazienza d’amante. Esaurite le sue risorse, s’era imbarcato come marinaio di bordo sullo schooner che andava in cerca di tesoro. Alle Isole Salomone, dopo otto mesi di vane ricerche, la spedizione s’era sciolta. L’equipaggio era stato congedato in Australia, e Martin aveva immediatamente ripreso la via del ritorno, su un piccolo bastimento diretto a S. Francisco. In quegli otto mesi aveva guadagnato non solo quanto gli bastava per rimanere parecchio tempo a terra, ma anche del denaro in più per leggere e studiare molto. Egli aveva una smania di studiare, una grande facilità, una volontà indomabile, e soprattutto, l’amore di Ruth come mèta. Egli s’era applicato alla grammatica portata con sè, sinchè il suo cervello vergine non l’aveva posseduta interamente. Il linguaggio scorretto che usavano i suoi compagni lo urtava, ora, ed egli si divertiva mentalmente a correggere i loro barbarismi. Con sua grande gioia, scoprì che l’orecchio gli si educava e che avrebbe acquistato il senso della grammatica.

Egli s’era applicato allo studio del vocabolario, e aveva aggiunto venti parole al giorno al suo dizionario. Fu un compito difficile: al timone o in vedetta, egli si sforzava di ripassare indefinitamente accenti e definizioni, e le ripeteva addormentandosi, per avvezzarsi a parlare la lingua di Ruth. Un giorno, con sua grande sorpresa, osservò che cominciava a parlare un inglese più corretto di quello che usavano gli stessi ufficiali e quella specie di «gentiluomini avventurieri» che avevano organizzato la spedizione.