Il capitano, un norvegese dagli occhi di pesce, possedeva, Dio sa per quale caso, uno Shakespeare che non leggeva mai, e Martin, per ottenere il permesso di leggere il prezioso volume, lavò la biancheria al capitano. Quella lettura gli educava l’orecchio e gli faceva apprezzare un inglese più raffinato; in cambio, accumulò molte parole arcaiche e antiquate.
Insomma, quegli otto mesi erano stati bene impiegati; oltre ciò che aveva studiato, egli aveva imparato parecchie cose che riguardavano lui. Col senso della propria ignoranza, s’ingrandiva in lui il senso della propria potenza. Egli sentiva una gran differenza fra i suoi compagni di bordo e lui, ma era abbastanza assennato per riconoscere che tale diversità consisteva più in possibilità che in fatti. Essi avrebbero potuto fare ciò che egli faceva; ma in fondo a sè egli sentiva un oscuro lievito che fermentava e che gli faceva presentire di avere in sè qualche cosa di meglio e di più. L’adorabile splendore del mondo lo affascinava, ed egli si augurava ardentemente di potere goderne con Ruth. Decise di descriverle tutto quanto avrebbe potuto delle bellezze dei mari del Sud. A questo pensiero, lo spirito creatore ch’era in lui si svegliò, e gli suggerì di ricreare quelle bellezze per un pubblico più numeroso. Allora, in un’aureola di splendore e di gloria, nacque la grande idea: avrebbe scritto! Sarebbe stato uno di quegli esseri privilegiati mediante i quali il mondo intero vede, capisce e sente. Avrebbe scritto — che cosa? di tutto — versi e prosa, romanzi e drammi come quelli di Shakespeare. Ecco la sua vera carriera e il cammino verso la conquista di Ruth. I letterati erano i conquistatori del mondo; e gli sembravano ben altrimenti ammirevoli che non tutti i Butler che guadagnavano 150.000 lire l’anno; persone che avrebbero potuto essere giudici nella Corte Suprema, se avessero voluto.
Ficcatasi questa idea nella testa, egli la possedette interamente, e fece quel viaggio di ritorno a San Francisco come in un sogno. Era ebbro di forze inconscie e incatenate. Ed ecco, un giorno, sul vasto mare deserto, nascere in lui il senso della prospettiva. Per la prima volta, nettamente, vide Ruth e il suo ambiente, come una cosa che si può prendere con le mani, girare e rigirare a piacere. C’erano, veramente, dei punti vaghi, nebulosi, nella sua visione di quel mondo, ma ne intravedeva l’assieme, non i particolari, e vedeva anche il modo di possederlo. Scrivere!... Arso da questo pensiero, cominciò appena ritornato. Prima di tutto avrebbe descritto il viaggio dei cercatori di tesori; e avrebbe portato lo scritto a un giornale qualunque, a San Francisco, senza dir nulla a Ruth, che sarebbe rimasta sorpresa e contenta nel vedere stampato il nome di lui. Pure scrivendo, avrebbe continuato a studiare. I giorni non erano fatti di ventiquattro ore? Egli era invincibile. Sapeva come si lavora, e le cittadelle più imprendibili sarebbero cadute davanti a lui. Egli non avrebbe corso più il mare — almeno in qualità di marinaio — e per un momento ebbe persino la visione d’un steam-yacht. S’intende, diceva fra sè, prudentemente, che non sarebbe riuscito subito, e per qualche tempo si sarebbe dovuto contentare di guadagnare con la letteratura quanto gli sarebbe bastato per proseguire gli studî. Poi, dopo un tempo indeterminato — molto indeterminato, — fatta la necessaria preparazione, avrebbe scritto una grande opera, e il suo nome sarebbe diventato celebre.
Ma non basta: oltre tutto questo trionfo, c’era dell’altro; egli si sarebbe mostrato degno di Ruth. La gloria, va bene, ma Ruth era la realizzazione di un sogno divino. Non era un arrivista, lui, ma «l’amante folle d’amore»... semplicemente.
Quando fu a Oakland, con un somma rotondetta in tasca, frutto della paga, rioccupò la vecchia camera in casa di Bernardo Higgingbotham e si mise al lavoro, senza far conoscere il suo ritorno neppure a Ruth. Sarebbe andato a trovarla quando avesse finito l’articolo sui cercatori di tesori. L’eccitamento violento prodotto dall’estro, gli avrebbe fatto sentire meno il peso di quell’assenza volontaria. D’altra parte, la natura stessa dell’argomento che trattava, gliela rendeva meno lontana. Non sapendo bene quale dovesse essere la lunghezza dell’articolo, egli si regolò su un articolo di due pagine del supplemento della Rivista di San Francisco, di cui contò le parole. Dopo tre giorni di lavoro da forsennato, ecco il lavoro finito; ma quando l’ebbe accuratamente copiato, con una larga scrittura infantile, facile a leggersi, vide in un libro di retorica trovato in biblioteca, che esistevano certe cose chiamate «paragrafi» e «rinvii». Ricominciò dunque il lavoro con l’aiuto del libro di retorica, e in un giorno seppe circa il comporre, più di quanto apprende uno scolaro medio in un anno. Dopo aver ricopiato l’articolo una seconda volta e averlo preziosamente arrotolato, lesse in un giornale una notizia, in alcune avvertenze ai dilettanti, che prescriveva che i manoscritti non dovevano essere arrotolati, nè scritti su tutt’e due le pagine del foglio. Egli aveva dunque violato doppiamente la norma. Secondo quell’avvertenza, gli articoli di prim’ordine erano pagati cinquanta lire la colonna. Si consolò, quindi, ricopiando il manoscritto per la terza volta, col pensare che gli spettavano cinquanta lire moltiplicate per dieci, cioè cinquecento lire, e decise in cuor suo che quello era un affare migliore del navigare. Senza errori, avrebbe finito l’articolo in tre giorni. Cinquecento lire in tre giorni!... Sul mare avrebbe dovuto lavorare tre mesi e di più per guadagnare tanto. Com’era idiota fare il marinaio quando è possibile fare il letterato! — concluse. Però, egli non teneva al denaro pel denaro, ma perchè dà l’indipendenza, dei vestiti decenti, e perchè poteva avvicinarlo, infine, il più presto possibile, alla fragile e pallida giovane che gli aveva rivelato il senso della vita e l’aveva ispirato.
Egli mise il manoscritto in una busta grande e lo indirizzò all’editore della Rivista di San Francisco. Pensava che tutto quanto era accettato da un giornale fosse immediatamente pubblicato; così che, avendo spedito il manoscritto il venerdì, s’aspettò di vederlo apparire la domenica seguente. Sarebbe stato magnifico far sapere in quel modo il suo ritorno a Ruth! La domenica, nel pomeriggio, sarebbe andato a trovarla. Gli era venuta anche un’altra idea particolarmente morale, prudente e modesta, che lo lusingava. Avrebbe scritto una storia d’avventure per bambini, e l’avrebbe mandata al Compagno della gioventù. Nella sala della biblioteca popolare, egli passò in rivista la collezione del Compagno della gioventù. Le storie d’appendice vi erano regolarmente pubblicate in cinque parti, di tremila parole ciascuna, circa. Qualche storia era in sette parti; ed egli si decise di scriverne una di uguale lunghezza. Aveva fatto su una baleniera un viaggio antartico, alcuni anni prima, viaggio che doveva durare tre anni e che era terminato con un naufragio, dopo sei mesi. Con un’immaginazione piena di fantasia, talvolta da sognatore, quale egli aveva, e col suo amore fondamentale per la verità, si sentiva spinto a descrivere le cose viste. Egli, che conosceva la pesca della balena, con la sua esperienza vissuta presa come dato, incominciò a raccontare la storia fittizia di due ragazzi. Un’opera facile — diss’egli a se stesso — il sabato sera. La sera stessa aveva finito la prima parte, di tremila parole, con gran divertimento di Jim e tra i sarcasmi del signor Higgingbotham che si beffò, durante tutto il pranzo, dello «scribacchino» che avevano scoperto in famiglia.
Martin si contentò di immaginare la sorpresa di suo cognato quando, la domenica mattina, aprendo la Rivista, avrebbe visto l’articolo sui cercatori di tesori. Di buon’ora, quel giorno, era sulla soglia dell’uscio, scorrendo nervosamente i numerosi fogli del giornale. Ricominciò una seconda volta con molta cura, poi lo ripiegò, e lo lasciò dove lo aveva trovato. Per fortuna, non aveva parlato a nessuno dell’articolo! Riflettendo sulla cosa, egli concluse col dire che s’era ingannato circa la rapidità con la quale le cose si pubblicano. D’altra parte, il suo articolo non era forse d’urgente attualità, e molto probabilmente l’editore gli avrebbe scritto prima di pubblicarlo. Dopo colazione, lavorò attorno alla sua storia. Le frasi gli scorrevano dalla penna, sebbene s’interrompesse spesso per consultare il dizionario o il libro di retorica. Componeva capitoli interi e si consolava pensando che, anche se non avesse scritto le grandi cose ch’egli sentiva in sè, avrebbe, se non altro, imparato a comporre e si sarebbe allenato nel formare delle immagini e nell’esprimere dei pensieri. Lavorò fino alla notte, poi andò nella biblioteca a sfogliare riviste e giornali illustrati sino in fondo. Tale fu il suo programma durante una settimana. Ogni giorno scriveva tremila parole, e ogni sera spigolava nei giornali illustrati, prendendo appunti sulle novelle, sugli articoli e poemi. Una cosa era certa: che ciò che quella moltitudine di scrittori faceva, anch’egli poteva fare; se ne avesse avuto il tempo, avrebbe fatto di meglio. Rimase incantato leggendo nei «Libri nuovi», una notizia riguardante il compenso degli scrittori di riviste, non già dal fatto che pagavano a Rudyard Kipling cinque lire la parola, ma che il minimo pagato dai giornali illustrati più apprezzati era di due soldi la parola. Il Compagno della gioventù era certamente uno dei meglio apprezzati; comunque, le tremila parole ch’egli aveva scritte quel giorno gli avrebbero fruttato trecento lire, cioè quanto due mesi di paga sul mare.
Il giovedì sera, la storia in sette parti fu finita, e comprendeva ventunmila parole. Egli calcolò che, a due soldi la parola, avrebbe avuto 2100 lire, che non rappresentavano una brutta settimana! Non aveva mai avuto tanto denaro in una volta. Come spenderlo? Aveva scoperto una miniera d’oro in apparenza inesauribile.
Egli fece il disegno di comperare parecchi abiti, di abbonarsi a qualche giornale illustrato e di comperare una quantità di cataloghi che era costretto a consultare in biblioteca.
Tutte queste folli spese però avrebbero a malapena intaccato la somma di 2100 lire. Come spendere il resto? A forza di tormentarsi il cervello, ebbe l’idea di pagare una cameriera per Geltrude e comprare una bicicletta a Marianna.