E qui, il cuore di London, uomo, non è inferiore alla mente dell’artista. Egli ci rivela, nel Tallone di Ferro, la sua forza e la sua dolcezza, il suo coraggio e la sua saggezza, e ci addita la via che ogni uomo onesto deve seguire; una via che non mena ai facili onori e alle più facili ricchezze, premii plutocratici, ma con gli umili, i denutriti, con le creature dell’abisso, conduce alla verità e al cielo della bontà. Oggi, il mondo è tale, che «vive pericolosamente» colui che difende la propria rettitudine, secondo gli immortali principî di bontà, libertà e giustizia, ch’è più facile sentire che definire.
Il London ci mostra che la lotta è mortale, e che, sebbene nolenti e riluttanti, come ieri dovemmo partecipare ad una guerra non nostra, così domani dovremo partecipare alla rivoluzione degli altri; ma ci mostra anche che nella libertà di scelta del nostro posto di combattimento, sta il giudizio dell’anima nostra, e la sua salvezza.
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Ed ora che dai primi tre volumi ci è dato il modo di conoscere l’artista e l’uomo, ecco in «Martin Eden» la sua vita.
Ogni commento è inutile, ogni chiarificazione superflua: davanti ad una vita vissuta con così semplice e profonda umanità, e rappresentata con tale scultorea, precisa evidenza, ciascuno di noi può vedere il meglio del proprio cuore e riconoscere la propria anima.
Ma benchè in «Martin Eden» il London racconti la propria anima di scrittore e tutto il tormento per realizzare il suo sogno d’arte, temo che molti letterati e critici italiani stenteranno a riconoscersi in Martin Eden, e considereranno forse questo romanzo autobiografico, o come «noioso», o, addirittura, come falso, perchè qui è la vita e non una meschina parodia della vita; perchè qui è l’arte, e non virtuosismo, mestiere, commercio.
No, questi volumi del London non sono fatti per animucce letterate.
Vanno per il mondo a cercare cuori che non abbiano ancora perduto il sentimento romantico e cavalleresco della vita; a cercar cuori in cui canti ancora una canzone, in cui palpiti ancora una fede. Cuori che, per fortuna dell’anima nostra e dell’Umanità, esistono ancora. I fratelli di Martin Eden sono fuori delle accademie, fuori dei partiti politici, fuori delle consorterie e delle camorrette di vanità; fuori della gazzarra che infuria per le piazze e per le vie. Essi vivono in solitudine, ma in solitudine lavorano, meditano e soffrono. Oh potessero conoscersi tutti, ed unirsi per raccogliere e riagitare la fiaccola che cadde bruscamente dalle mani di Jack London, quarantenne!
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Veramente, Martin Eden ci dice che la fiaccola non gli cadde dalle mani, ma che egli la gettò perchè credette che gli fosse venuto meno l’amore. Senza l’amore, la gloria gli apparve vana, e la vita insopportabile. Jack London morì come Martin Eden, sprofondato volontariamente e disperatamente negli abissi dell’Oceano?