Noi non sappiamo come Jack London sia morto.

Però se tale non fu la sua morte, certo egli tale l’immaginò e desiderò. E forse non v’è uomo di genio che nella sua vita non abbia pensato, almeno una volta, a questa suprema sfida, a questo atto sereno di volontà dell’uomo che sfugge al ricatto dell’istinto per varcare, sdegnoso d’ogni legge umana e divina, la soglia del Mistero.

Per due cose soltanto l’uomo può sentirsi proletario dell’Eternità: per l’Amore e per la Gloria. Ma se esse mancano o tradiscono, come adattarsi ad accrescere, sino a vedere decadere in sè ogni bellezza ed ogni forza, il numero dei morti-vivi o dei vivi che non vivono?

Anche se il Santo Uno ritarda, sia benedetto l’Angelo della morte, il liberatore!

Il tristo Angelo strozzò in gola a Jack London quarantenne il canto del Chad Gadya, ma non l’uccise. Le sue opere serbano l’impronta eterna del suo cuore e del suo genio, e tramandano, con la bellezza, fede e speranza agli uomini.

Passi, dunque, in altre mani la sua fiaccola e su altre labbra il Chad Gadya: il Santo Uno verrà, l’Angelo della Morte sarà ucciso; e Prometeo, dal cuore incatenato, sarà finalmente libero fra uomini liberi e padroni della propria anima.

Rapallo, aprile del 1925.

Gian Dàuli.

MARTIN EDEN

CAPITOLO I.