Arturo aprì la porta ed entrò, seguito da un giovane che si tolse, con gesto goffo, il berretto. Costui indossava un rozzo vestito da marinaio, che stonava in mondo singolare con quell’hall grandioso.
Il copricapo lo imbarazzava molto, e già egli se lo ficcava in tasca, quand’ecco Arturo toglierglielo dalle mani, con un gesto così naturale, che il giovanotto intimidito ne apprezzò l’intento: «Si capisce!... — disse fra sè, — mi ha aiutato a trarmi d’impaccio.»
Camminava sulle calcagna dell’altro, ondeggiando colle spalle e inarcando le gambe sull’impiantito, senza volerlo, come per resistere a un rullìo immaginario. Quelle sale spaziose sembravano troppo anguste al suo cammino, ed egli era addirittura spaventato dal timore di collusioni delle sue larghe spalle con gli stipiti delle porte o con i ninnoli delle mensole. Si scostava bruscamente da un oggetto per isfuggirne un altro e si esagerava i pericoli che in realtà erano solo nella sua immaginazione. Fra il pianoforte a coda e la grande tavola centrale sulla quale erano accatastati innumerevoli libri, avrebbero potuto procedere di fronte una mezza dozzina di persone; eppure egli vi s’arrischiò con angoscia. Non sapeva dove tener le mani e le braccia che gli pendevano pesantemente lungo i fianchi, e quando nell’immaginazione atterrita gli si prospettò la possibilità di sfiorare col gomito i libri della tavola, egli scartò così bruscamente, che mancò poco non rovesciasse lo sgabelletto del pianoforte. L’andatura disinvolta di Arturo lo colpì, e per la prima volta egli s’avvide che la sua differiva da quella degli altri uomini. Una punta di vergogna gli strinse il cuore, ed egli si fermò per asciugarsi la fronte dalla quale gocciava il sudore.
— Un momento, Arturo, ragazzo mio! — fece egli, tentando di dissimulare la sua angoscia. — Francamente! tutto questo in una volta è troppo per me!... Datemi il tempo di rimettermi. Sapete bene che non volevo venire, e penso che la vostra famiglia non morrebbe dalla voglia di vedermi!...
— Va bene! — fu la risposta rassicurante. — Non abbiate timore; noi siamo gente alla buona... Toh! una lettera per me.
Arturo s’avvicinò alla tavola, lacerò la busta e incominciò a leggere, dando così modo al forestiero di riacquistare la padronanza di sè. E il forestiero capì e gliene fu grato. Questa simpatia intelligente gli tolse il disagio; egli s’asciugò nuovamente la fronte madida e lanciò sguardi furtivi attorno a sè. Il suo viso era diventato calmo, ma gli occhi avevano l’espressione degli animali selvatici presi in trappola. Era circondato da mistero, pieno di preoccupazione per l’ignoto, ignaro di ciò che dovesse fare, conscio soltanto del suo impaccio, e temeva che tutto in lui potesse essere ugualmente spiacevole. Egli era eccessivamente sensibile, e così deplorevolmente compreso della sua inferiorità, che gli sguardi di persona che se la gode lanciatigli dall’altro di sulla lettera, lo ferivano come punte di spilli; ma egli non fiatava, giacchè aveva appreso, tra le altre cose, ad essere padrone di se stesso. Poi, quei colpi di spilli ferirono il suo orgoglio; pur maledicendo all’idea che gli era venuta di andar là, decise di resistere a quella prova, a qualunque costo. I lineamenti del viso gli s’irrigidirono e negli occhi gli s’accese un chiarore come di chi si prepari a una lotta. Egli si guardò intorno con maggior libertà, osservando tutto con acume, in modo da imprimere nella mente ogni particolare di quella bella casa. Nulla sfuggì alla vista de’ suoi occhi spalancati; i quali, a mano a mano che si rendevano conto dell’ambiente, perdevano quel bagliore combattivo per cedere il posto a una calda luminosità. C’era della bellezza intorno a lui, ed egli sentiva la bellezza.
Un quadro gli attira e trattiene lo sguardo. Rappresentava uno scoglio assalito da una mareggiata furibonda, sopra la quale della nuvolaglia d’uragano copriva il cielo basso; oltre lo scoglio, uno schooner dalle vele serrate e così sbandato, che mostrava tutti i particolari del ponte, spiccava su un tramonto drammatico. Era una bella cosa, che l’attraeva irresistibilmente. Egli dimenticò le sue movenze impacciate, si accostò di più al quadro... e ogni bellezza scomparve dalla tela. Sbalordito, egli fissò quel che gli pareva ora uno scarabocchio qualsiasi, e indietreggiò. Ed ecco riapparire quel magico splendore. «È un dipinto che illude,» fece egli fra sè, e non vi pensò più che tanto, pur risentendo una certa indignazione pel fatto che tanta bellezza potesse essere soggetta a un inganno. Egli non aveva mai visto dei quadri; la sua educazione artistica s’era formata su oleografie e litografie, i cui contorni netti e definiti, visti da vicino o da lontano, erano sempre gli stessi. Vero è che aveva visto delle pitture a olio nelle mostre dei negozî, ma i vetri gli avevano impedito di osservarle da vicino.
Egli lanciò uno sguardo verso l’amico che seguitava a leggere la lettera e vide i libri sulla tavola; allora nei suoi occhi risplendette la luce d’un desiderio vivissimo, simile a quello d’un uomo che muoia di fame, alla vista di un pezzo di pane. D’un passo, fu vicino alla tavola, dove incominciò a maneggiare i libri con mano quasi tenera. Con occhi carezzevoli diede uno sguardo ai titoli e ai nomi degli autori; lesse qua e là qualche brano, e a un tratto riconobbe un libro che aveva già letto un tempo. Poi, capitatogli un volume di Swinburne, incominciò a leggerlo attentamente, dimentico del luogo dove si trovava. Aveva il viso raggiante; due volte egli girò il volume per leggere il nome dell’autore... «Swinburne». Non avrebbe dimenticato quel nome. Quell’uomo aveva il dono dell’osservazione; quale senso del colore! che luce!... Ma chi era quel Swinburne? forse era morto da secoli, come tanti poeti? oppure viveva ancora? scriveva ancora?... Scorse nuovamente il titolo; sì, aveva scritto altri libri. Ebbene, la mattina dopo sarebbe andato alla biblioteca popolare per cercare di trovare un’opera di quel genere. Poi s’immerse nel testo e vi si abbandonò al punto che non s’accorse neppure di una giovane che era entrata. Se ne avvide solo quando udì la voce di Arturo che diceva: — Ruth, ecco il signor Eden...
Il suo dito segnava ancora la pagina del libro chiuso, quando la sua persona, già prima di voltarsi, sussultò, non tanto, forse, per l’apparizione della giovane, quanto per le parole pronunziate dal fratello di lei. Quel corpo d’atleta nascondeva una sensibilità straordinariamente sviluppata. Al minimo urto, pensieri, simpatie, emozioni, balzavano in lui, insorgendo come fiamme vive. La sua immaginazione meravigliosamente ricettiva, sempre desta, tendeva senza requie a stabilire rapporti fra le cause e gli effetti. «Il Signor Eden». Queste parole lo avevano colpito, giacchè, durante la sua vita, lo avevano sempre chiamato «Eden» o «Martin», semplicemente. «Signore»!... che stonatura! Nel suo cervello, mutato in un’ampia camera nera, sfilarono innumerevoli quadri della sua vita, camere di macchine e castelli di prua, accampamenti e sponde, prigioni e bettole, ospedali e viuzze sordide, che gli si associavano nella mente a seconda del modo come era stato pronunziato il suo nome in quei luoghi diversi.
Poi si volse, e quelle fantasmagorie del cervello scomparvero. Era una creatura eterea, pallida, aureolata di capelli d’oro, dai grandi occhi immateriali. Egli non vide com’era vestita; vide soltanto che la sua veste era meravigliosa come lei. E la paragonò a un fiore d’oro pallido, su uno stelo fragile. No! era uno spirito, una divinità, un idolo!... Una bellezza tanto sublime non era di questa terra. O poteva darsi che i libri avessero ragione, e che ce ne fossero come lei nelle sfere superiori della vita. Swinburne avrebbe potuto cantarla: forse egli pensava a un essere così fatto quando descrisse la sua «Isotta». Visioni, sentimenti, pensieri in grande abbondanza gli affluirono insieme nella mente. Egli vide lei stender la mano e guardarlo fissamente negli occhi, dandogli uno schietto shake-hand un po’ mascolino. Le donne ch’egli aveva conosciute non davano la mano a quel modo, anzi, di solito, non la davano affatto. Fu inondato da un fiotto di ricordi ch’egli però respinse lontano, e la guardò. Non aveva visto mai una donna simile! Le donne da lui conosciute!... Per un momento che gli parve eterno, egli s’immaginò trasportato in una specie di pinacoteca piena di ritratti. Nel centro troneggiava l’immagine di Ruth, tutte le altre erano assoggettate alla prova d’un confronto. Egli vide clorotiche facce di operaie di officina e le ragazze sciocche e rumorose di South-Market, le guardiane di bestiame dei «ranches» e le femmine abbronzate del vecchio Messico che fumavano la loro eterna sigaretta. Poi, in loro vece, le giapponesi, bambolette leziose che trotterellavano sui loro zoccoli di legno; poi le eurasiane dai lineamenti delicati e degenerati, e le polinesiane incoronate di fiori, dai bei corpi bruni. Poi tutto ciò fu cancellato da un brulicame grottesco e terribile, e furono le abbiette creature di White-Chapel, che trascinavano le ciabatte, megere gonfie di gin, dei luoghi di malaffare, e la teoria diabolica di quelle disgustose arpie dalla parola sudicia che fanno la parte di femmine presso i marinai — preda facile — e che sono il rifiuto dei porti e la feccia della più bassa umanità.