— Non vuol sedere, signor Eden? — fece la giovane. — Desideravo vederla dacchè Arturo ci ha parlato tanto di lei. Com’è stato coraggioso!
Egli fece un gesto negativo e mormorò che non aveva fatto proprio niente e che chiunque si sarebbe comportato allo stesso modo. Lei osservò che tutt’e due le mani di lui erano ricoperte di scorticature non ancora guarite, che una cicatrice gli attraversava una guancia, un’altra, attraverso la fronte, gli si perdeva fra i capelli, e una terza spariva a mezzo sotto il colletto inamidato. Ella contenne un sorriso alla vista della riga rossa prodotta dallo sfregamento del colletto contro il collo abbronzato; evidentemente, quell’indumento non era usato di solito da lui! Il suo occhio di donna osservò anche i vestiti a buon mercato, dal taglio inelegante, le pieghe della giacca e delle maniche che nascondevano male i bicipiti rigonfi.
Pur protestando che egli non aveva fatto nulla, intanto cedeva all’invito di lei e si dirigeva in modo maldestro verso una poltrona di faccia a lei. Con che disinvoltura vi si sedeva lei!... Ed ecco una nuova impressione. In tutta la sua vita, egli non s’era mai chiesto se fosse grazioso o goffo. Sedette con cura all’orlo della poltrona, imbarazzatissimo dalle mani. Dovunque le mettesse, le mani lo impacciavano. Così che quando Arturo uscì dalla stanza, Martin Eden lo seguì con uno sguardo d’invidia. Si sentiva perduto, come abbandonato in quel salotto, con quella donna spirituale, simile a uno spirito. Non c’era lì, purtroppo!, neppur traccia d’un bar-man cui chiedere delle bibite, neppure un piccolo groom da mandare al cantone per l’acquisto d’una piccola birra, allo scopo di suscitare una corrente di simpatia mediante una bevanda di quelle che rendono comunicativi...
— Che cicatrice ha sul collo, signor Eden! — esclamò la giovane. — Come se l’è fatta? Certamente in seguito a un’avventura!
— È stato un messicano, col suo coltello, signorina! — rispose lui. E inumidì le labbra inaridite e tossì per schiarirsi la voce. — Fu un combattimento. Quando gli ho tolto il coltello, ha cercato di strapparmi il naso con i denti.
Non era cosa ben detta, ma davanti ai suoi occhi passò la visione sontuosa di quella calda notte stellata, a Salina-Cruz, con la lunga spiaggia bianca, i lumi degli steamers carichi di zucchero, ammarrati nel porto, le voci dei marinai ubriachi in lontananza, la calca degli «stevadores», il bagliore degli occhi di carnivoro del messicano, e, a un tratto, il morso dell’acciaio sul collo, il flottar del sangue, la folla e le grida. I due corpi, il suo e quello del messicano, avvinghiati rotolavano nella sabbia che volava, e, chissà da dove, veniva un melodioso tintinnìo di chitarra. Tale era la scena, ed egli vibrò evocandone il ricordo. Colui che aveva dipinto lo schooner, laggiù sul muro, sarebbe stato capace di dipingere quella scena?... Egli pensò che la spiaggia bianca, le stelle, i lumi degli steamers sarebbero apparsi uno spettacolo superbo, come pure quel capannello fosco, sulla sabbia, attorno agli avversarî in lotta. Anche il coltello avrebbe fatto un bell’effetto, così lucente al lume delle stelle! Ma di tutto ciò, nulla trasparve dalle sue parole.
— Ha tentato di strapparmi il naso con i denti, — concluse.
— Oh! — esclamò la fanciulla, con voce fioca; ed egli osservò la contrazione dei lineamenti delicati di lei. Egli stesso risentì un urto; un rossore d’imbarazzo gli si diffuse sulle guance abbronzate, e il viso gli scottò, come se fosse stato esposto alla fornace della ferriera. Evidentemente, delle cose così brutte e sconvenienti, delle risse a coltellate, non erano argomenti da trattare in una conversazione con una donna. In quel genere di società, la gente di cui parlano i libri, non s’occupa di argomenti simili, forse li ignora persino. La conversazione ch’essi cercavano di avviare subì una piccola sosta. Poi lei lo interrogò circa la cicatrice sulla guancia. Egli osservò immediatamente che lei faceva uno sforzo per mettersi a livello di lui, e decise: «Sarò io a mettermi al suo livello!»
— Fu per un accidente, — diss’egli indicando la guancia. — Una notte, per una mareggiata, il buttafuori dell’albero maestro fu strappato, e anche il paranco. Il buttafuori era di filo d’acciaio e s’attorcigliava nell’aria come un serpente. Tutti gli uomini di guardia tentavano di strapparlo. Allora, io mi ci sono gettato sopra, e mi son fatto taccheggiare.
— Oh! — fece lei, stavolta con accento di comprensione, sebbene, in fondo, quella spiegazione di lui fosse ebraico per lei, che si domandava che cosa significasse un «buttafuori» e «taccheggiare».