— Credo che abbia ragione, — mormorò Ruth. — È triste. Graziosa com’è!
Egli vide che gli occhi di lei erano illuminati di pietà, poi ricordò che l’amava e si meravigliò ancora della fortuna che gli permetteva di averla così al fianco. Quella sera, quand’egli fu in camera sua, egli fece questo soliloquio, guardandosi nello specchio, lungamente, curiosamente: «Chi sei tu? Donde vieni? In realtà tu appartieni alle ragazze come Lizzie Connolly, alla legione delle lavoratrici, a tutto quanto è basso, volgare e brutto. Tu sei della stessa specie del bestiame e degli schiavi che vivono nelle immondizie e nel puzzo, nel lezzo degli avanzi dei legumi, come questi (queste patate sono putrefatte! Senti!... che orrore!) Eppure, tu osi aprire un libro, ascoltare della musica meravigliosa; tu impari ad apprezzare la bella pittura, a parlare un inglese corretto, a pensare come nessuno pensa nel tuo ambiente, ad allontanarti dal bestiame e da Lizzie Connolly; tu osi amare un’adorabile donna che vive a centomila leghe lontano da te, fra le stelle. Chi sei, e che cosa sei?» Mostrò i pugni alla sua figura riflessa, sedette sulla sponda del letto e incominciò a sognare cogli occhi spalancati. Poi aprì taccuino e algebra e si perse nelle equazioni. Le ore passarono, le stelle impallidirono e l’alba grigia che appariva alla finestra lo sorprese ancora a tavolino.
CAPITOLO XIII.
I responsabili della grande scoperta furono un pugno di socialisti verbosi e di filosofi operai che tenevano circolo nel Parco di City-Hall, nei pomeriggi caldi. Una o due volte al mese, percorrendo il Parco per recarsi in biblioteca, Martin scendeva dalla bicicletta, ascoltava le controversie e si staccava di lì con rimpianto, ogni volta. Il tono della discussione era là molto meno elevato di quello della tavola del signor Morse, e l’assemblea non era nè grave, nè degna. Essi s’adiravano facilmente, s’insultavano; bestemmie ed allusioni oscene condivano i loro alterchi. Una o due volte vennero persino alle mani. Eppure (non sapeva perchè), qualcosa di vivo emanava da quell’apparente confusione. La loro retorica stimolava molto più il suo intelletto, che non il dogmatismo ponderato del signor Morse. Quegli uomini che assassinavano l’inglese, che gesticolavano come pazzi e combattevano gli uni le idee degli altri con una violenza primitiva, gli sembravano più vivi che non il signor Morse e il suo fedele socio signor Butler.
Parecchie volte Martin aveva sentito citare Herbert Spencer, in quel parco. E, un pomeriggio, apparve un discepolo di Spencer — un misero vagabondo, il cui pastrano sudicio, abbottonato sino al mento, dissimulava l’assenza di camicia. La battaglia fu impegnata tra il fumo di innumerevoli sigarette e di getti di saliva scura, e il vagabondo se la cavò con onore, persino di fronte a un operaio socialista che lanciò con un ghigno:
— Non c’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta.
Martin si domandò quale fosse l’argomento della discussione, ma proseguì il cammino verso la biblioteca, animato da un nuovo interesse per Herbert Spencer; e poichè il vagabondo aveva citato spesso i «Primi Principî», egli prese questo volume.
Così fece la grande scoperta. Già una volta aveva tentato di accostarsi al pensiero di Spencer, ma, avendo scelto i «Principî di Psicologia», come inizio, vi si era perso pietosamente, come con Blavatsky. Non vi aveva capito nulla e l’aveva riportato. Ma quella notte, dopo la fisica, l’algebra e i tentativi di poemi, si coricò e aprì «I Primi Principî». All’alba leggeva ancora, e non scrisse nulla tutto il giorno. Disteso sul letto, lesse: poi, stanco del letto, si distese per terra e lesse, cambiando posizione di tanto in tanto. La notte seguente dormì, e tutto il mattino scrisse; poi il libro lo attrasse nuovamente, ed egli lesse il pomeriggio intero dimenticando tutto, persino che quel giorno era uno di quelli che Ruth gli concedeva per visitarla. Riprese coscienza del mondo esterno solo quando Bernardo Higgingbotham, aprendo violentemente la porta, gli domandò se credeva davvero di trovarsi in una trattoria.
Durante tutta la sua vita, Martin Eden era stato dominato dalla curiosità. Voleva sapere, saper tutto, e questo desiderio appunto lo spinse ad avventurarsi pel mondo. Ma Spencer gli insegnava, oggi, ch’egli non sapeva nulla, e che non avrebbe saputo mai nulla, anche se avesse seguitato a navigare, a errare eternamente. Egli aveva sfiorato soltanto la superficie delle cose, aveva osservato soltanto fenomeni singoli, accumulato fatti frammentarii, non aveva fatto altro che generalizzare in modo superficialissimo, e tutto ciò senza metodo, affidandosi al capriccio del caso e al suo capriccio. Egli aveva studiato, comprendendo, la tecnica del volo degli uccelli, ma non aveva mai cercato il modo come gli uccelli s’erano sviluppati come meccanismi volanti. Non immaginava neppure che un processo di questo genere esistesse; gli uccelli erano stati creati così, e questo gli bastava.
La stessa cosa era pel resto: i suoi maldestri tentativi filosofici erano falliti per mancanza di preparazione; la metafisica medievale di Kant non gli era servita a nulla, tranne che a dubitare dei proprî mezzi intellettuali. Così, il suo tentativo di studiare l’origine della specie s’era limitato a seguire uno studio aridamente scientifico di Romanes. Egli non ci aveva capito nulla, tranne questo: che quella teoria arida e polverosa apparteneva esclusivamente a un piccolo numero di menti meschine, il cui vocabolario copioso era inintelligente. Ed ecco che egli imparava, ora, che l’evoluzione della materia, anzichè una teoria astratta, era un modo di sviluppo accettato da tutti i dotti, salvo qualche diversità di metodo. Spencer gli semplificava tutto ciò e presentava al suo sguardo attonito un universo così perfettamente concretato, che gli pareva di vedere uno di quei minuscoli modelli di navi che i marinai mettono entro bottiglie trasparenti. Nulla era dovuto al caso: tutto obbediva a delle leggi. L’uccello ubbidiva a una legge, volando; e la stessa legge aveva formato il fango della terra, l’aveva fatto fermentare, gli aveva fatto nascere le ali perchè diventasse uccello.