Martin, di cima in cima, saliva sempre. I misteri della creazione gli si venivano svelando davanti agli occhi; egli era ebbro di curiosità e d’intelligenza. La notte, durante il sonno, egli si moveva fra gli dei, in colossali incubi; desto, viveva come un sonnambulo, con lo sguardo smarrito, immerso nell’universo ch’egli scopriva. A tavola, non udiva le conversazioni meschine e volgari. Nelle sue posate vedeva splendere il sole e ne seguiva le trasformazioni sino alla loro origine a centinaia di milioni di leghe; oppure studiava i riflessi dei muscoli delle sue braccia che gli permettevano di tagliar la carne, li seguiva sin nel cervello donde sorgeva la volontà muovendo quei riflessi.
Viveva nella ipnosi, senza udire il ritornello mormorato da Jim, senza vedere gli sguardi inquieti di sua sorella, nè il gesto schernitore di Bernardo Higgingbotham, che imitava un ipotetico ragno che abitava, evidentemente, secondo lui, nel cervello di suo cognato.
Ciò che, in certo qual modo, impressionava più di tutto Martin, era la correlazione fra tutte le scienze. Egli aveva sempre immaginato belle cose, ma in caselle separate del suo cervello. Così egli ne sapeva moltissimo sulla navigazione, e aveva anche una grande esperienza delle donne; ma tra questi due argomenti non istabiliva alcun rapporto. Che dal punto di vista scientifico potesse esservi un rapporto qualsiasi tra una donna isterica e uno schooner che sfidava la tempesta, gli sarebbe sembrato ridicolo, impossibile. Herbert Spencer gli dimostrò che anzi è impossibile che non vi sia correlazione. Tutto è legato al tutto, dalle miriadi di stelle nell’etere, sino alle miriadi di atomi, che compongono un granello di sabbia sulla spiaggia. Questa nuova concezione immerse Martin in uno stupore continuo. Egli formò una lista di cose più eterogenee; amore, poesia, terremoto, fuoco, serpenti a sonagli, arcobaleno, pietre preziose, orologi, tramonti, leone che ruggisce, elettricità, cannibalismo, bellezza, assassino, puleggia e tabacco; giubilante quando riusciva a imparentarle fra loro. Unificava così l’universo e lo contemplava, oppure procedeva attraverso la sua jungla, da pacifico viandante, osservando, annotando, familiarizzando con tutto ciò che voleva conoscere ancora. E più imparava, più ammirava la creazione, la vita, e la propria esistenza fra tutte quelle meraviglie.
— Imbecille! — gridava alla sua immagine nello specchio. — Tu volevi scrivere, tentavi di scrivere, e che cosa avevi in te? qualche nozione infantile, qualche sentimento non maturo, molta bellezza mal digerita, un’enorme ignoranza, un cuore pieno d’amore da scoppiarne, un’ambizione grande come il tuo amore e la tua ignoranza. E volevi scrivere! ma cominci oggi soltanto ad acquistare, in te, ciò che ti occorre per questo! Volevi creare della bellezza! Volevi parlare della vita e ignoravi tutto ciò che forma l’essenza stessa della vita! Volevi parlare dell’uiverso e dei problemi dell’universo, quando l’universo non era altro per te che un rebus cinese! Ma coraggio! Martin, ragazzo mio! C’è speranza, questa volta, quantunque tu sia ancora alquanto sciocco e molto ignorante. Un bel giorno, con un po’ di fortuna, saprai press’a poco ciò che bisogna sapere. Quel giorno scriverai.
Egli fece partecipe Ruth di quella grande scoperta, affinchè anch’essa ne gioisse; ma lei non manifestò alcun entusiasmo particolare; quelle cose le erano evidentemente familiari a causa dei suoi studi personali. Arturo e Norman credevano all’evoluzione e avevano letto Spencer, senza averne ricevuto un’impressione molto profonda, a quanto pareva. E Will Olney, il giovanotto dagli occhiali, ghignò in modo poco simpatico al nome di Spencer e ripetè l’epigramma: «Non c’è altro Dio che l’inconoscibile, e Herbert Spencer è il suo profeta».
Ma Martin gli perdonò il dileggio, giacchè s’era accorto che Olney non era innamorato di Ruth. Dopo, diversi piccoli fatti, gli fecero capire, con suo grande stupore, che non solo non ne era innamorato, ma che lei gli era poco simpatica. Martin fu impotente a stabilire un nesso fra questo e gli altri fenomeni della natura, e si limitò a compiangere il giovanotto che non era capace di apprezzare giustamente la finezza di Ruth e la sua bellezza.
Essi fecero, la domenica, parecchie gite in bicicletta, in campagna, e Martin potè osservare liberamente come esistesse una specie di pace armata fra Ruth e Olney, il quale se la intendeva molto bene con Norman e lasciava Arturo e Martin occuparsi di Ruth; del che Martin gli fu grato.
Furono belle domeniche per Martin, dapprima a causa di Ruth, poi dei rapporti da pari a pari, che si creavano tra lui e i giovanotti di quell’ambiente. Egli si sentiva intellettualmente loro pari, a dispetto di tutti i loro anni d’istruzione e di disciplina cerebrale, e le sue ore di conversazione con essi erano altrettante ore utili, durante le quali egli si esercitava ad applicar le regole di quella grammatica che aveva tanto studiata. Aveva abbandonato i libri di galateo, limitandosi ad osservare da sè ciò che fosse conveniente fare. Tranne quando si lasciava trascinare dall’ardore dei suoi entusiasmi, la vigilanza ch’egli esercitava su di sè non si allentava mai; nessuno dei loro modi gli sfuggiva, ed egli imparava da loro, senza tregua, nuovi esempi di cortesia e di raffinatezza mondana.
Per un certo tempo rimase sorpreso di vedere che, in conclusione, Spencer era poco letto.
— Herbert Spencer, — gli disse l’uomo dalla cattedra, — sì... un gran cervello.