— Questo l’ho intitolato «La Marmitta» — diss’egli spiegando un altro manoscritto, — Quattro o cinque giornali illustrati l’hanno già rifiutato, ma io credo però che non sia mal fatto. In realtà, non so che cosa pensarne di preciso: mi sembra originale... Ma forse lei non sarà dello stesso parere. È breve: di duemila parole soltanto.

— Che spaventevole cosa! — esclamò lei, quando fu terminata la lettura. — È orribile oltre ogni dire!

Con una segreta soddisfazione, egli ne osservò il pallore, lo sguardo teso e dilatato, le mani contratte. Egli era dunque riuscito a comunicarle ciò che esso risentiva. Aveva fatto colpo. Che le fosse piaciuto o no, era un’altra faccenda; certo, lei era rimasta colpita, afflitta; questa volta non avrebbe badato a particolari.

— È la vita, — disse lui; — e la vita non sempre è bella. Eppure, sarà perchè sono fatto in modo strano! Trovo qui dentro qualche cosa di splendido. Mi sembra proprio che la...

— Ma perchè quella disgraziata donna non ha... — e s’interruppe disorientata. — Poi riprese indignata: — Oh! quanto pervertimento! quanta infamia! che brutture!... quanta villania!

Là per là, gli parve che il cuore cessasse di battere. «Villania»!: egli non se l’aspettava; tutta la novella gli parve scritta in lettere di fuoco, ed egli vi cercò invano qualche cosa che esprimesse bruttura. Poi l’angoscia cessò; non ne aveva colpa. Intanto Ruth aveva ripreso: — Perchè non scegliere un bell’argomento? Noi tutti sappiamo che nel mondo vi sono delle cose brutte, ma questa non è una ragione...

Essa seguitava a sfogare la sua indignazione, ma egli non l’ascoltava più; sorridendo in se stesso, egli le guardava il viso virgineo d’una purezza così viva che gli pareva che penetrasse in lui, e lo illuminasse d’un raggio fresco, soave, limpido come una luce stellare. «Tutti sappiamo che vi sono delle cose brutte nel mondo». Egli immaginò ciò che lei potesse, suppergiù, sapere, ed ebbe voglia di ridere, come d’uno scherzo. Poi, ad un tratto, sospirò pensando all’immensità delle cose «brutte» che aveva conosciute, studiate, e le perdonò di non aver capito nulla di quel racconto. Non era colpa sua. E ringraziò Dio d’averne così protetto il candore. Ma egli che conosceva la vita, nelle sue brutture e nella sua bellezza, nella sua grandezza, a dispetto del fango che la insudiciava, per Dio! l’avrebbe espressa qual era. I santi del paradiso possono veder altro se non bellezza, purezza? Ma dei santi in mezzo al fango, ecco il miracolo eterno! Ecco ciò che dà valore alla vita! Veder la grandezza morale svincolarsi dal fango; intravvedere la bellezza attraverso una cortina di fango; poi, a poco a poco, sorgente dall’abisso d’incoscienza, di vizio, vederla salire, aumentar di forza, verità, splendore.

Egli afferrò a volo una delle critiche di lei.

— Il diapason di tutto ciò è basso. E vi sono tante cose elevate! Per esempio! «In memoriam».

Egli ebbe voglia di suggerirle «Locksley Hall», e l’avrebbe fatto se, guardandola nuovamente, non l’avesse meravigliato questo fatto strano: Ruth, la donna della sua razza, era uscita dal fermento originario; era salita, larva informe, rampicante, lungo la scala infinita delle incarnazioni successive, durante migliaia e migliaia di secoli, per arrivare finalmente in cima e diventare quella Ruth tanto bella e pura, quasi divina, la Ruth che gli aveva fatto conoscere l’amore e aveva fatto aspirare alla purezza, alla divinità un uomo come lui, Martin Eden, uscito anch’esso dagli abissi senza fondo della creazione. Ecco una cosa romanzesca, fantastica, sovrannaturale! Ecco ciò che bisognava scrivere, se avesse potuto trovare parole tanto belle!