I santi del paradiso?! Non erano altro che santi, in fondo, incapaci di cavarsela! Ma lui era un uomo!
Egli udì che lei diceva:
— Lei ha della potenza; ma della potenza non regolata.
— Un toro in un negozio di porcellane! — suggerì lui. Un sorriso gli rispose.
— E bisogna acquistar discernimento, gusto, finezza, senso di misura.
— Ho troppa audacia, — mormorò lui.
Ella approvò con un sorriso e si riadagiò in attesa d’un nuovo racconto.
— Io non so che penserà di questo, — diss’egli scusandosi. — È una cosa bizzarra: temo d’aver sorpassato le mie forze, ma l’intenzione era buona. Non si fermi sui particolari, ma cerchi di afferrarne il sentimento, che ha della grandezza e della verità. Può darsi il caso, disgraziatamente, che non sia riuscito a rappresentarli.
Egli lesse, spiando il volto di lei. Finalmente aveva raggiunto lo scopo. Immobile, senza distogliere lo sguardo, respirando a stento, egli la credette presa, incatenata dalla magìa della sua evocazione. Quella storia si chiamava «Avventura» ed era l’apoteosi dell’avventura, non già della banale avventura dei libri d’immagini, ma della vera avventura infedele e capricciosa, — guida feroce, formidabile nelle sue punizioni e formidabile nelle sue ricompense, — quella che esige una terribile pazienza e la fatica che uccide, che offre un trionfo soleggiato o la morte lugubre dopo la fame e i deliri angosciosi della febbre tra sudore, sangue e putredine, quella che conduce, tra ignobili confronti, alle cime magnifiche e al dominio del mondo.
Egli aveva messo tutto questo e di più, in quella storia, e credette che lei la comprendesse. Con gli occhi dilatati, e un rossore che le si diffondeva per le gote pallide, essa ascoltava un po’ ansante, veramente appassionata. Ma non era la storia ad appassionarla: era lui. Di quel racconto lei non pensava gran che, ma risentiva la volontà di Martin, la sovrabbondanza della sua forza, come una festuca di paglia è trascinata e travolta da un torrente. Quando proprio credeva di essere trascinata da quel racconto, era in realtà trascinata da una cosa totalmente diversa, da un’idea insensata, pericolosa, quale le appariva a un tratto nella mente. S’era sorpresa nel pensiero del matrimonio; e, cosa orribile, s’era compiaciuta di quell’idea, l’aveva accarezzata ardentemente. Era indegno di lei. Sino ad allora, lei aveva vissuto nel paese dei sogni poetici di Tennyson, inaccessibile persino alle sue delicate allusioni alla materialità possibile nei rapporti fra regine e cavalieri. Lei dormiva nel suo castello incantato, ed ecco che la vita batteva imperiosamente alla porta. Esitante fra il timore e l’istinto di donna essa era combattuta fra il desiderio di sprangare quella porta e la voglia di spalancarla per far entrare il visitatore ignoto.