Dopo il teatro, i due gruppi avanzarono senza dar nell’occhio, a ciascun lato della via, poi si riunirono in un cantuccio tranquillo e tennero consiglio.

— Il ponte dell’ottava via andrò benissimo, — dichiarò uno della cricca di Testa di formaggio. — Si batteranno nel mezzo, in piena luce; e se sopravviene uno sbirro, ci «squagliamo» da una parte e dall’altra.

— Sta bene! — fece Martin dopo aver consultato i capi della sua banda. Il ponte dell’ottava via, che attraversa un braccio dell’estuario di Sant’Antonio è lunghissimo. Alle due estremità e nel mezzo vi sono delle lampade elettriche. È impossibile che una guardia si avvicini senz’essere vista. Il posto è bene scelto, per la sfida di cui Martin rivede ora lo svolgimento con gli occhi della mente. Egli vede le due bande, silenziose, aggressive che si tengono alla distanza stabilita, rigorosamente, e sostengono il rispettivo campione.

Testa di formaggio e lui si svestirono; furono poste delle sentinelle non lontano, per sorvegliare le due estremità del ponte. Uno dei «Boo-Gang» tiene la giacca, la camicia e il berretto di Martin, pronto a portarle via, al galoppo, se la polizia dovesse intervenire.

Martin s’avanza al centro del «ring», di faccia a Testa di formaggio, e, alzando la mano, lancia l’avvertimento finale:

— Niente riconciliazione in quest’affare! Capito? Uno dei due sarà spacciato. — Testa di formaggio esita. — Martin lo vede, — ma davanti alle due bande, si lascia trascinare dall’orgoglio d’un tempo.

— Fa’ pure! — risponde lui. — È inutile far tante chiacchere. Io sono sicuro di buggerarti!

Allora, come giovani torelli, essi balzano l’uno addosso all’altro, a pugni nudi, con tutta la loro violenza giovanile e tutto l’ardore del loro odio, con tutto il desiderio di distruggere, di ammazzare. Che sono diventate le migliaia d’anni di civiltà e di nobili aspirazioni? Non rimane altro che la luce elettrica, per segnare il cammino percorso dalla grande avventura umana: Martin e Testa di formaggio sono ridiventati due selvaggi dell’età della pietra: sono ridiscesi nel più profondo degli abissi fangosi, nel fango primordiale, e lottano ciecamente, istintivamente, come tutta la polvere delle stelle, come lotteranno gli atomi dell’universo, eternamente.

— Dio! noi non eravamo che animali, tetri bruti! — mormora Martin che segue sempre, come in un caleidoscopio, le peripezie della battaglia d’un tempo. Spettatore e attore insieme, l’essere raffinato ch’egli è diventato, rabbrividisce dal disgusto, a questo spettacolo; poi il presente si cancella, i fantasmi del tempo passato lo possiedono: non c’è altro che Martin Eden, a diciassette anni, che lotta con Testa di formaggio sul ponte dell’ottava via. Egli soffre, picchia, suda, sanguina, ed esulta quando i suoi pugni colpiscono al segno. Simili a due turbini d’odio, essi si colluttano furiosamente. Il tempo passa, e le due bande tacciono stranamente; non hanno mai sentito tanta intensità di ferocia, e sono colpiti, perciò, da una specie di rispetto. Quei due bruti lì, sono superiori.

Il primo impeto di giovinezza e le forze eccellenti si sono logorate; essi lottano, ora, più prudentemente, con maggiore calcolo. Sino a questo punto, la lotta dà risultati pari. «È una lotta qualunque», sente dire Martin. In quel momento, una finta col destro e col sinistro riceve una risposta feroce, e la guancia gli s’apre fino all’osso. Effetto d’un colpo di pugno nudo!