Mormorii spaventati si fanno udire; egli è pieno di sangue, ma non dice nulla. Sente un peso al cuore, perchè s’accorge dell’astuzia bassa, della sorniona vigliaccheria dei suoi pari. Aspetta, spia, finge un assalto fulminante e si ferma a mezzo: ha visto luccicare un bagliore di metallo.

— In alto le mani! Che cos’hai in mano?

Le due bande si precipitano, brontolando e ringhiando. In un secondo avviene una mischia generale, ed egli teme d’essere privato della sua vendetta; è fuori di sè.

— Indietro, voialtri! — ruggisce, con la voce rauca. — Capito? indietro, per Dio!

Essi indietreggiano: sono bruti, ma egli è superbruto: un essere terribile che li domina con tutta la sua potenza.

— È una faccenda che riguarda me, e io vi proibisco di mettervi di mezzo!... Tu, dammi l’oggetto.

Testa di formaggio, raffreddatosi, e vagamente preoccupato, stende l’arma traditrice.

— Oè, Testa Rossa, l’hai passata tu poco fa! — continua Martin, lanciando gli anelli d’acciaio nell’acqua. — Io ti ho visto scivolargli dietro e mi domandavo che cosa tu facessi là. Se ricominci un colpo del genere, ti picchio a morte. Capito?

Ripresero la lotta con la schiena rotta, mezzo morti, sino al momento in cui quel pubblico di bruti, saturo di sangue, non li prega imparzialmente di cessare. E Testa di formaggio, sul punto di morire per terra o in piedi, — un Testa di formaggio mostruoso, irriconoscibile, — esita, ma Martin balza e picchia, picchia sempre. Passano alcuni minuti che parvero un secolo, durante i quali Testa di formaggio viene meno, a quanto pare. A un tratto, in un corpo a corpo, uno scricchiolio si fa udire, e il braccio destro di Martin ricade, floscio, al fianco. Tutti comprendono, e Testa di formaggio, balzando come una tigre, precipita colpi su colpi. I secondi di Martin vogliono interporsi, ma Martin, abbrutito da quella valanga terribile, li respinge insultandoli e singhiozza ad alta voce la sua impotenza disperata.

Con la sinistra soltanto, ora egli colpisce, semi-incosciente, e ode, come se provenissero chissà da quale lontananza, dei mormorii di orrore e una voce tremante che dice: «Ormai non è più una lotta, ragazzi... È un assassinio, e dovremmo far cessare questo.» Ma lasciano fare, ed egli ne è contento: colpisce in modo monotono e continuo, con l’unico braccio sulla cosa sanguinante che è in faccia a lui: non più un volto umano, ma un orrore senza nome, vacillante, oscillante davanti agli occhi che lappolano, e che non vuole sparire. E picchia sempre, sempre più debolmente, con quel po’ di vitalità che gli resta, e gli sembra che passino secoli e che ciò non finirà mai, quando ad un tratto si rende vagamente conto che l’orrore senza nome, dolcemente, cade sul parapetto del ponte... Poco dopo, vacillando sulle gambe tremanti, egli si china sulla cosa caduta e dice con una voce che non riconosce: