— Ne vuoi ancora?... di’?... Ne vuoi ancora?...
Ripete a più non posso queste parole, lo scongiura, minaccia perchè gli risponda se «ne vuole ancora», sino al momento in cui i compagni gli battono amichevolmente sulla schiena e si sforzano di fargli indossare il soprabito...
Poi un ondata di oscurità, e l’oblìo lo sommerge.
Come allora, Martin Eden, col volto fra le mani, non ode più nulla: ha vissuto con tanta intensità l’orribile scena d’un tempo, che è venuto meno, come allora.
Un lungo minuto: tutto in lui è oblìo, oscurità... Poi, come un uomo che si svegli fra i morti, balza in piedi con occhi scintillanti, il viso madido di sudore, gridando:
— Te le ho suonate. Testa di formaggio! Ho perduto undici anni di vita, ma te le ho suonate!
Le ginocchia gli venivano meno, ed egli ricadde sul letto. Ancora mal desto, si guardò attorno, perplesso, domandandosi ove fosse. Finalmente il suo occhio incontrò la pila dei manoscritti ammucchiati in un canto. Allora egli riprese piede nel presente, si ricordò dei libri letti e delle ricchezze infinite che vi aveva attinte, dei suoi sogni, delle sue ambizioni. Ricordò il suo amore per un pallido fiore di serra, sensitivo, irreale, che sarebbe morto d’orrore se fosse stato presente, sia pure per un attimo, alla scena da lui rivissuta, se fosse vissuto solo un attimo tra il fango ond’egli era invaso.
S’alzò e andò allo specchio.
— E così, sei uscito dal fango, Martin Eden, — diss’egli solennemente: — tu hai immerso i tuoi occhi in un divino chiarore e, innalzandoti sino alle stelle, hai ucciso «il serpente e la tigre», per conquistare il più gran tesoro che vi sia.
Poi si guardò più attentamente e si mise a ridere.