— Impossibile: la debbo a mia sorella.
Joe, perplesso, emise un lungo sibilo e parve scavarsi il cervello.
— Ho ancora tanto, da bere in due, — disse finalmente. — Venga: forse troveremo un’idea.
Martin rifiutò.
— Bevitore d’acqua fresca?
Martin fece segno di sì, e Joe gemette:
— Vorrei esserlo anch’io! Ma, incredibile: non posso! — fece egli con aria disperata. — Dopo aver lavorato come un dannato tutta la settimana, bisogna che prenda una sbornia. Se non la pigliassi mi taglierei la gola o darei fuoco alla baracca. Ma son contento che lei beva acqua. Continui.
Martin, nonostante l’enorme distanza che lo separava da quell’uomo, abisso che i libri avevano scavato, non provava alcuna difficoltà a mettersi al suo livello. Durante la sua vita era stato in compagnia di operai, e il cameratismo che nasce dal lavoro era in lui una seconda natura. Egli risolse il problema del viaggio, troppo arduo, data la siccità dell’altro, in questo modo: col biglietto di Joe avrebbe spedito il suo baule alle Acque Termali di Shelley, e sarebbe andato in bicicletta. Il luogo era distante 75 chilometri circa; partendo la domenica, sarebbe al lavoro lunedì, di mattina. Intanto sarebbe andato a casa a ordinare la sua roba. Non c’era gente da salutare: Ruth e la sua famiglia passavano l’estate sulla Sierra, sul lago di Tahoe.
La domenica, a sera, arrivò alle Acque Termali di Shelley, stanco e polveroso, e fu accolto a braccia aperte da Joe, che, con un tovagliolo bagnato, attorno alla sua testa malata, usciva dal lavoro.
— La biancheria dell’ultima settimana s’è ammonticchiata, mentre venivo a cercarvi, e ho del lavoro arretrato, — spiegò lui. — Il vostro baule è arrivato senza incidenti; è in camera vostra. Ma è una bella idea quella di chiamarlo un baule! che c’è dentro?... delle sbarre d’oro?...