Egli sedette sul letto, mentre Martin sballava. Il baule non era altro che una vecchia cassa da imballar generi alimentari, che il signor Higgingbotham gli aveva ceduto mediante il corrispettivo di Lire 2,50. Due impugnature di corda, fissate da Martin, l’avevano trasformata in una specie di valigia. Joe con occhi spalancati, ne vide trarre fuori alcune camice, qualche arnese da toeletta, poi libri e libri.

— Ce n’è ancora sino in fondo? — interrogò egli. Martin fece cenno di sì, e seguitò a disporre i libri sulla tavola della cucina, che serviva da lavandino.

— Sst, allora! — esclamò Joe, poi riflettè lungamente, e infine dichiarò:

— Dite un po’, voi non dovete curarvi molto delle donne, no?...

— No, — rispose Martin. — Prima di dedicarmi alla lettura, le coltivavo mica male; ma dopo, mi è mancato il tempo.

— E vi mancherà anche qui. Qui non c’è da far altro che lavorare e dormire.

Martin pensò alle sue cinque ore di sonno per notte e sorrise. La sua camera era sopra la lavanderia, nello stesso fabbricato dov’era la macchina che pompava l’acqua, produceva l’elettricità e faceva andare il lavoro pel bucato.

Il meccanico che abitava nella camera vicina, venne a far la conoscenza del nuovo impiegato, e aiutò Martin a collocare una lampadina elettrica all’estremità d’un filo abbastanza lungo per poterla trasportare dalla tavola al letto.

Il mattino dopo, Martin fu strappato dal letto alle sei meno un quarto, e fece stupire Joe, prendendo una doccia fredda.

— Sei un uomo straordinario! — dichiarò egli, quando furono seduti per la colazione in un cantuccio della tavola di cucina dell’hôtel. C’erano anche il meccanico, il giardiniere, l’aiutante e due o tre palafrenieri. Essi mangiarono alla svelta, con aria arcigna, in silenzio, e Martin ascoltandoli, potè vedere quanto egli fosse lontano da loro. La loro bassa mentalità lo depresse, cosicchè, quand’ebbe terminata la poco appetitosa colazione, s’alzò, sospirò con un senso di liberazione, chiudendosi alle spalle la porta della cucina.