La piccola lavanderia era perfettamente organizzata; le macchine più moderne vi facevano tutto ciò che è possibile, per delle macchine. Martin dopo alcune indicazioni, fece la cernita dei grossi mucchi di biancheria sporca, mentre Joe avviava la macchina e preparava nuove provviste di sapone molle, la cui mordente composizione l’obbligava a salvaguardarsi il naso, la bocca e gli occhi, con un tovagliolo, così che rassomigliava a una mummia. Finita la cernita, Martin lo aiutò a torcere la biancheria, immergendola in una rotativa che, con qualche migliaio di giri al minuto, ne spremeva l’acqua. Poi Martin alternò la sua opera tra lo stenditoio e la torcitrice, scuotendo di tanto in tanto, sottane e calzette. Alla fine del pomeriggio, Joe stendendole e Martin sovrapponendole, assestarono sottane e calze sotto il cilindro, mentre i ferri si riscaldavano. Poi venne la stiratura dei capi più grossi, sino alle sei. Allora Joe scosse il capo, con aria di dubbio.

— In ritardo, — disse. — Bisognerà lavorare dopo pranzo.

E così, dopo pranzo, lavorarono fino alle dieci, sotto l’accecante luce elettrica, e stirarono tutte le camìce, sino all’ultima; poi piegarono il tutto in un’altra camera. Era una calda notte californiana, e, sebbene le finestre fossero aperte, la camera, col suo fornello da stiro riscaldato al calor bianco, sembrava una vera fornace.

— Rassomiglia allo stivaggio d’un carico, sotto il sole tropicale, — fece Martin, quando risalirono in camera.

— Farai un affare, — rispose Joe. — Tu ti applichi con bravura. Se continui, avrai 200 lire, dal prossimo mese. Ma non venirmi a raccontare che non hai stirato mai: non sono un idiota.

— Parola! non ho mai stirato neppure un fazzoletto, — assicurò Martin. Fu sorpreso di sentirsi tanto stanco entrando in camera sua, avendo dimenticato che era in piedi da 14 ore, lavorando senza sosta. Egli mise la sveglia sulle sei, e calcolò che, tolte cinque ore di sonno, avrebbe potuto leggere sino all’una. Si tolse le scarpe per lasciar liberi i piedi gonfi, sedette a tavolino davanti ai libri, aprì Fiske, che aveva cominciato due giorni prima, e incominciò la lettura. Ma dalle prime parole, stentò a concentrar l’attenzione e si accinse a rileggerle. Poi... si svegliò, rattrappito dal vento della montagna che penetrava dalla finestra. Guardò la pendola: segnava le due di notte. Aveva dormito quattro ore! Si svestì in fretta, si ficcò nel letto e si addormentò.

Anche il martedì, lavorarono senza tregua. La sveltezza con la quale Martin compiva il lavoro destava l’ammirazione di Joe. Questi era un vero demonio nel lavoro; non avendo altro che quello pel capo, non perdeva neppure un minuto, cercando senza posa il modo di guadagnar tempo; mostrava a Martin come si poteva eseguire in tre movimenti ciò che l’altro faceva in cinque, e in due ciò che l’altro faceva in tre. Processo d’eliminazione, diceva Martin imitandolo. Egli stesso, era però un buon lavoratore, accorto, rapido, che considerava come un punto d’onore il fatto di non permettere a nessuno di aiutarlo o sorpassarlo. Egli assimilò dunque rapidamente i consigli del compagno, e inamidò colletti e manichini in modo da non lasciar adito alla minima bolla d’aria, per la stiratura; con una sveltezza e accortezza tale da meritare i complimenti di Joe.

Non c’era mai sosta. Joe non attendeva nulla nè alcuno, e balzava da un compito all’altro. Inamidarono duecento camìce bianche: afferrando, con la destra con un solo movimento circolare, la camicia, in modo da far cadere polsini, colletti e petto, con la mano sinistra alzava il corpo per preservarlo dall’amido. Poi, la mano sinistra s’immergeva nell’amido caldo, talmente caldo che bisognava continuamente bagnar le mani in un catino d’acqua fredda per distaccarne la pasta. E quella sera inamidarono, sino alle dieci e mezza, civettuole e leggere cianciafruscole di donna.

— Benedetti, per me, i tropici e la foglia di fico, — disse Martin ridendo.

— E allora io perderei il posto, — rispose Joe seriamente. — Non so nulla, tranne la stiratura.