Il giovedì, Joe fu preso da una vera e folle rabbia; una balla supplementare «di roba fantasia» da stirare, era stata portata.
— Io me ne vado! — urlò. — Ne ho abbastanza. Io me ne vado tranquillamente. A che serve lavorare come uno schiavo tutta la settimana, senza perdere un minuto, per vedersi poi appioppare un «lavoro di fantasia», per colmo di tutto?... Noi siamo in un paese libero, e voglio dire a quel grosso olandese il fatto mio. E non glielo mando a dire. Gliele darò io le fantasie supplementari!... Lavoriamo, questa sera, — fece un momento dopo, rassegnato alla sua sorte.
E quella sera, Martin non tentò neppure di lottare. Durante tutta la settimana non aveva letto il giornale, che pure (strano) non gli mancava: le notizie non lo interessavano più. Era troppo stanco, troppo abbrutito per interessarsi di qualsiasi cosa, benchè pensasse, se il lavoro fosse terminato per sabato alle tre, di partire per Oakland in bicicletta. Settantacinque chilometri all’andata, altrettanti pel ritorno, nel pomeriggio della domenica, non erano certo una buona preparazione pel lavoro della settimana seguente. Sarebbe stato più pratico prendere il treno, ma il biglietto costava dieci e cinquanta, ed egli voleva fare economia.
CAPITOLO XVII.
Martin imparò a fare parecchie cose. Nel corso della prima settimana, in un pomeriggio, i due uomini apparecchiarono duecento camìce bianche. Joe manovrava la macchina — composta d’un ferro caldo infisso a una molla d’acciaio che lo premeva, — stirava così il petto, i polsi, il collo, ch’egli rivoltava ad angoli retti, e terminava con una perfetta lustratura. Finita così la camicia, la lanciava su una rastrelliera, donde Martin la prendeva e ne stirava tutta la parte non inamidata. Era un lavoro sfibrante, che durava ore od ore senza tregua, con la massima sveltezza.
Sotto la spaziose verande dell’Hôtel, intanto, uomini e donne, biancovestiti, sorbivano ghiacciate, mantenendosi in uno gradevole temperatura. Ma nella stiratoria, l’aria era opprimente; il gran fornello ronfava, arroventato, e dai ferri passati sulla biancheria umida s’alzavano nubi di vapore. Quei ferri erano diversi da quelli di cui si servono le massaie provandone il calore con la punta del dito inumidito; essi richiedevano un gran calore, ch’essi provavano accostandoli alle guance.
Martin ammirava quel procedimento, pur non comprendendolo. Quando i ferri erano troppo caldi, venivano fissati a delle bacchette di ferro e immersi in acqua fredda. Questa operazione richiedeva anche essa un occhio accorto e sicuro; bastava immergerli un attimo di secondo più del necessario, per ricominciare da capo. Martin si rallegrò della precisione acquistata quasi automaticamente e fondata sull’osservazione di sintomi quasi imponderabili. Ma non aveva molto tempo per riflettere e rallegrarsi; tutto il suo io cosciente era applicato al compito; il suo cervello e il suo corpo, incessantemente attivi, erano ormai una macchina intelligente nella quale i problemi insondabili dell’universo non trovavano più àdito nè posto. Tutta la sua persona era come uno stretto vano, la cabina direttrice che guidava i muscoli delle braccia e delle agili dita, le quali, a loro volta, guidavano i ferri rapidi e le loro lunghe scivolate fumanti, misurate quasi a millimetro, lungo interminabili maniche, dorsi e fianchi. Poi, lo stesso braccio, meccanicamente, lanciava la camicia sulla rastrelliera apposita, senza gualcirla, e afferrandone immediatamente un’altra. E tutto ciò durante ore e ore torride, quando tutti boccheggiavano quasi, sotto il sole californiano. Ma nella stiratoria surriscaldata mancava persino il tempo di ansare; i clienti al fresco sotto la veranda avevano bisogno della biancheria pulita.
Martin era madido di sudore; beveva un’enorme quantità d’acqua, ma il calore era così grande, che tutta quell’acqua se ne andava in sudore, prima d’arrivare allo stomaco. Un tempo, in mare, il lavoro gli lasciava quasi sempre il piacere di ritemprarsi in se stesso. Il padrone del battello era padrone del suo tempo, ma il padrone dell’hôtel era anche padrone dei pensieri di lui; tutti i suoi pensieri erano assorbiti da quel lavoro che sfibrava il corpo ed esasperava i nervi. Oltre quello, impossibile pensare. Non sapeva più se amasse Ruth; lei non esisteva, giacchè egli, che sentiva l’anima quasi spenta, non aveva il tempo di ricordarsi di lei. Soltanto la sera, quando cadeva sul letto, oppure all’ora della prima colazione, la mattina, delle fugaci visioni gli apparivano.
— È l’inferno, eh? — disse un giorno Joe.
Martin rispose con un cenno irritato; rilevare un fatto così evidente era inutile. Durante il lavoro non parlavano, giacchè una conversazione avrebbe interrotto il procedere automatico di esso. Questa volta accadde a Martin di sbagliare un colpo di ferro e di essere costretto a fare due movimenti di più per riprendersi.