La mattina del venerdì fu il turno del bucato. Due volte la settimana essi facevano la «biancheria grossa» dell’hôtel: lenzuola, federe, tovaglie e tovaglioli. Poi si posero all’inamidatura della biancheria fine: lavoro lungo, noioso e delicato che Martin affrontò con maggior senso di difficoltà e che non poteva essere appreso se non procedendo con tatto, giacchè il minimo errore poteva essere disastroso.

— Guarda questo. — fece Joe mostrandogli un copribusto che pareva un lavoro di ragno, e che egli avrebbe potuto nascondere nel cavo d’una mano. — Rovinami questo, e ti costerà cento lire sullo stipendio.

Ma Martin, sebbene la sua tensione nervosa aumentasse sempre più, allentò la tensione muscolare e non guastò nulla; anzi porse persino con simpatia l’orecchio alle bestemmie di Joe che sibilava e penava sulle attraenti cianfrusaglie che portano le donne che non lavano la biancheria con le proprie mani.

La stiratura della biancheria fine era l’incubo di Martin e di Joe, privati perfino di qualche minuto per ripigliar fiato. Tutto il giorno essi vi lavoravano intorno. Alle sette di sera lo interrompevano per cilindrar la biancheria dell’hôtel; alle dieci, quando i clienti andavano a dormire, i due stiratori sudavano nuovamente nello stirare la roba fine, sino a mezzanotte, all’una, qualche volta alle due del mattino. Alle due e mezza se ne andavano. La mattina del sabato, a furia di raddoppiare, alle tre il lavoro della settimana fu terminato.

— Non vorrai accollarti 75 chilometri di qui a Oakland, dopo quest’ira di Dio! — domandò Joe quando, seduti sulla scalinata, ebbero acceso una sigaretta trionfale.

— Debbo, — fu la risposta.

— Perchè: per una donna?

— No: per risparmiare dieci e cinquanta e cambiare dei libri in biblioteca.

— Perchè non li mandi coll’accelerato? Spenderesti una lira e sessanta centesimi.

Martin riflettè.