Egli colpì Cherokee al capo, duramente e parecchie volte, ma i denti non allentavano la presa; Cherokee scodinzolava col suo moncone, come per far capire che comprendeva il perchè di quei colpi, ma che sapeva che era in pieno diritto di fare ciò che faceva, e che compiva rigorosamente il suo dovere rifiutando di allentar la presa.
— Orsù! Non c’è nessuno fra voi che venga ad aiutarci? — gridò Scott alla folla, disperando ormai dell’impresa.
Ma la sua invocazione fu vana; anzi lo schernirono, gli diedero dei consigli faceti, scherzarono con ironia.
Egli frugò nell’astuccio che gli pendeva dalla cintura, ne trasse una rivoltella, e si sforzò di introdurre la canna fra le mascelle di Cherokee, con tanta forza che s’udiva distintamente lo stridìo dell’acciaio contro i denti. I due uomini erano in ginocchio curvi sulle due bestie.
Tim Keenan s’avanzò verso di essi, sull’arena, e, fermatosi davanti a Scott, gli toccò una spalla dicendo:
— Non gli spezzate i denti, forestiero!
— Gli spezzerò il collo, dunque! — rispose Scott seguitando a spingere e a ritrarre la canna della rivoltella!
— Dico, non gli rompete i denti! — ripetè il padrone di Cherokee, con accento più solenne.
Ma fu un’intimazione inutile: Scott non si turbò. Alzò gli occhi verso l’interlocutore e gli domandò freddamente:
— È il vostro cane?