Zanna Bianca, quasi, quasi, non credeva di esser libero. Da parecchi mesi apparteneva a Beauty-Smith, e non aveva goduto un momento di libertà, giacchè lo staccavano solo al momento di condurlo al combattimento, terminato il quale, veniva nuovamente incatenato.

Egli, ora, non sapeva che fare della sua libertà; probabilmente, qualche nuova diavoleria stavano ordendo gli dei, a suo danno.

Cominciò a camminare lentamente, con precauzione, mantenendosi vigile, in guardia. Ciò che accadeva gli era assolutamente nuovo. Come se andasse incontro a un gran rischio, egli si scostò dagli uomini che l’osservavano e si diresse, a passi contati, verso la capanna, dove entrò. Nulla accadde, e la perplessità di Zanna Bianca aumentò. Uscito di lì, egli fece una dozzina di passi avanti e guardò i suoi dei intensamente.

— Non iscapperà? — domandò Scott.

Matt scosse le spalle.

— Bisogna rischiare; è il solo modo per potersi regolare.

— Povera bestia, — mormorò Scott con pietà, — forse aspetta un segno di umana bontà! — E così dicendo, andò alla capanna, vi prese un pezzo di carne, e, ritornato, lo gettò a Zanna Bianca, il quale si scostò con un balzo sospettoso e attento.

A questo punto, uno dei cani vide la carne e si precipitò su di essa.

— Qua, Maior! — gridò Scott.

Ma l’avvertimento giunse tardi. Già Zanna Bianca s’era lanciato e aveva colpito. Il cane rotolò al suolo; rialzatosi, il sangue gli colava, a goccia, a goccia, dalla gola, e lasciava una striscia rossa sulla neve.