Era il principio della fine, per Zanna Bianca, dell’antica vita e del regno dell’odio: un’altra vita, immensamente bella, gli si schiudeva davanti. Certo, occorrevano, da parte di Weedon Scott molte cure e pazienza, giacchè Zanna Bianca non era il lupetto uscito dal Wild selvaggio e sottopostosi a Castoro Grigio come a padrone, e perciò plasmabile come argilla nella forma che le si vuol dare; egli era stato formato e indurito nell’odio, era diventato una creatura ferrea, piena di prudenza e di astuzia. Bisognava che si riformasse interamente sotto la pressione d’una potenza nuova ch’era l’amore.
Weedon Scott s’era assunto il compito di redimere Zanna Bianca, anzi di redimere l’umanità dalle colpe e dai torti usati al lupetto.
Era Scott, un caso di coscienza; il debito dell’uomo verso l’animale doveva essere pagato.
Dapprima Zanna Bianca non vide in lui che un dio preferibile a Beauty-Smith, perciò, sebbene liberato, rimase; e per dar prova della sua fedeltà, si costituì guardiano dei beni del padrone.
Mentre i cani della slitta dormivano, egli vegliava e girava attorno alla casa. Il primo visitatore notturno che si presentò per parlare con Scott, dovette battagliare con Zanna Bianca e difendersi con un bastone, sinchè non arrivò Scott a soccorrerlo. Ma in breve, Zanna Bianca imparò a giudicar la gente; l’uomo che se ne veniva dritto e risoluto verso la porta della casa, poteva essere lasciato passare, pur sorvegliandolo sino al momento in cui, apertasi la porta, avesse ricevuto il saluto del padrone, ma l’uomo che si presentava senza far rumore, con un’andatura obliqua e incerta, guardando con precauzione, come se spiasse un segreto, costui non valeva niente, e non doveva far altro che prendere il largo alla svelta e zitto.
Scott seguitava, tutti i giorni, a trattare con dolcezza e ad accarezzare Zanna Bianca, che prese gusto, sempre più, a quelle carezze.
Quando la mano lo toccava, egli brontolava, è vero, ma pel fatto che quel brontolìo era l’unico suono, l’unica nota che la sua gola potesse emettere. Egli avrebbe voluto addolcirne il tono, ma non riusciva; eppure quel brontolìo, l’orecchio attento di Scott percepiva come un ronron.
Quando il dio era presso di lui, Zanna Bianca provava una gioia viva: se il dio si allontanava, si sentiva nuovamente irrequieto, come se gli si aprisse davanti un vuoto, e il nulla l’opprimeva.
Nella vita passata, egli non aveva avuto altro scopo che il proprio benessere, e l’assenza di ogni sofferenza; ora le cose procedevano diversamente; dallo spuntar del giorno, anzichè rimanere disteso nel suo cantuccio ben caldo e riparato, dove aveva passato la notte, egli veniva ad attendere, per ore intere, sulla soglia gelida della capanna, la felicità di vedere la faccia del suo dio, d’essere amichevolmente toccato dalle dita di lui, di ricevere un’affettuosa parola.
Ora, non badava a disagi; persino la carne era diventata per lui cosa secondaria, al punto che tralasciava il pasto già incominciato per accompagnare il padrone, se lo vedeva partire per la città.