— I cani degli uomini bianchi non avrebbero lunga vita, — aggiunse Scott. — Egli li ammazzerebbe tutti, e sarebbe una rovina per me, dover pagare i danni e interessi; senza dire che la polizia potrebbe intervenire e ammazzar lui elettricamente.
— È un terribile assassino, lo so — confermò Matt.
Fuori s’udì nuovamente il singhiozzo, poi seguì quel ronfare interrogativo di prima.
— È innegabile che egli ha pensieri che noi ignoriamo — rispose Matt. — Ma come fa a sapere che partite? Questo mi sorprende.
— Anch’io non mi raccapezzo, al riguardo — disse Scott tristemente.
Quando il giorno fatale fu vicino, Zanna Bianca, dalla porta aperta, vide il dio d’amore posare la valigia sul pavimento e mettervi dentro diversi oggetti, e poi andare su e giù, cosicchè la pace solita della capanna, ne fu turbata. Ormai Zanna Bianca non aveva alcun dubbio: il suo dio si preparava a fuggire un’altra volta e ad abbandonarlo come la prima.
Allora, la notte che seguì, egli fece udire il lungo urlo dei lupi, come aveva fatto nella sua infanzia, quando, dopo essere fuggito nel Wild, era ritornato all’accampamento indiano, e non aveva trovato se non avanzi e tracce di esso, nel punto dove sorgeva, il giorno prima, la tenda di Castoro Grigio. Ora, come allora, egli puntava il muso verso le fredde stelle, e confessava la sua sciagura.
I due uomini, nella capanna, s’erano appena coricati.
— Ricomincia a rifiutare il cibo — fece Matt, dietro il suo tramezzo.
Scott s’agitò nel suo letto e brontolò. Matt proseguì: