— A giudicare dal modo come s’è comportato l’altra volta, non sarei sorpreso, ora, dovesse morire davvero.

— Basta! — gridò Scott nel buio. — Voi ciarlate peggio d’una comare.

Il giorno dopo Zanna Bianca si ostinò a seguire le calcagna del padrone, e continuò a tener d’occhio i bagagli distesi sul pavimento.

Due grossi sacchi di tela e una cassa erano stati aggiunti alla valigia; in una tela cerata, Matt arrotolava le coperte di Scott e i vestiti di pelliccia. Poi giunsero due indiani, i quali si posero i bagagli sulle spalle e li portarono via, accompagnati da Matt che portava, da parte sua, la valigia e le coperte.

Quando Matt fu tornato, il padrone andò alla porta della capanna e, chiamato Zanna Bianca, lo fece entrare.

— Voi, povero diavolo — fece, sfregando dolcemente le orecchie dell’animale — sappiate che parto per un lungo viaggio dove non potrete seguirmi. Su, ancora un brontolìo da amico, un brontolìo d’addio; sarà l’ultimo.

Ma Zanna Bianca non volle brontolare; dopo uno sguardo pensoso verso gli occhi del dio, nascose la testa fra le braccia e le costole di Scott.

— Eh, fischia! — gridò Matt.

Dal Yukon risonò il mugghio d’uno steamboat.

— Sbrigatevi, con i saluti, signor Scott! Uscite dalla porta davanti e chiudetela alla svelta; io farò altrettanto con la porta posteriore.