— Era tempo che veniste — borbottò il dio del furgone. Il vostro cane non vuole che io posi un dito sui vostri bagagli.

Zanna Bianca fu condotto fuori del furgone, e rimase sbalordito; la città fantastica era sparita; egli era rinchiuso in una camera simile a quella di una casa; e, in quel momento, la città era intorno a lui. Poi la città scomparve nuovamente, e, con essa, il rumore che non gli risuonava più nelle orecchie; lo circondava ora una ridente campagna piena di pace, di silenzio e di sole.

Egli rimase stupito, per un po’, dal mutamento; poi accettò il fatto come un’altra manifestazione del potere, spesso incomprensibile, dei suoi dei, e che era una faccenda che riguardava loro.

Una vettura attendeva; un uomo e una donna si avvicinarono; poi le braccia della donna si sollevarono e circondarono vivamente il collo del padrone, con un atto che pareva ostile; e Zanna Bianca incominciò a ringhiare rabbiosamente.

All right! madre, — fece Scott, scostandosi subito e afferrando l’animale. — Crede che mi facciate del male, ed egli non può sopportarlo.

— Dunque non potrò abbracciarti, figlio, se non quando il cane è assente! — fece lei ridendo, sebbene fosse ancora pallida e sconvolta dalla paura provata.

— Gl’insegneremo subito a comportarsi meglio.

E poichè Zanna Bianca, con l’occhio fisso, seguitava a brontolare, gridò:

— Giù, Sir, giù.

L’animale ubbidì, sebbene a malincuore.