-No!
— Dico di sì!
Enrico saltò fuori dalle coperte, e andò verso i cani, e, dopo averli contati con cura, si unì a Bill per maledire le potenze maligne del Wild, che gli avevano rapito un altro cane.
— «Ranocchio» era il più vigoroso della muta, — fece Bill.
— E non era un cane pazzo, — aggiunse Enrico.
E questo fu nel corso di due giorni, il secondo discorso funebre.
La colazione fu malinconica, e i quattro cani superstiti furono legati alla slitta. La giornata non fu diversa dalla precedente: i due uomini s’affaticavano senza parlare, il silenzio era rotto soltanto dai gridi che li inseguivano e che parevano attaccarsi, invisibili, al loro cammino. Ci fu lo stesso pànico dei cani, si ripetè lo sbandamento fuori del sentiero, tracciato, e la stessa stanchezza fisica e morale dei due uomini, derivante da tutto ciò.
Stabilito l’accampamento, Bill, secondo l’uso indiano, avvolse attorno al collo dei cani una solida correggia di cuoio tenuta da un bastone di cinque o sei piedi di lunghezza, che all’altra estremità era legato, per mezzo di un’altra correggia, a un piuolo fisso nella terra. I nodi erano così stretti che i cani non potevano nè mordere nè rodere il cuoio.
— Guardate, Enrico, — fece Bill, con soddisfazione. — se non ho fatto un buon lavoro! Questi imbecilli saranno costretti a star tranquilli sino a domani. Se mancasse uno solo all’appello, rinunzierei al mio caffè.
Enrico trovò che la cosa era fatta a perfezione; ma, mostrando a Bill il cerchio delle ardenti pupille che, per la terza sera, li stringeva, fece: