— Eppure è un peccato non potere assestare a queste bestiaccie qualche buona fucilata! Hanno capito che non abbiamo cartucce, e diventano perciò sempre più audaci.
I due uomini indugiarono un po’ prima di coricarsi. Guardarono le forme vaghe andare e venire, fuori del campo di luce segnato dal fuoco, e, osservando attentamente il punto in cui apparivano un paio di occhi, finivano per scorgere i contorni dell’animale che si profilava e si muoveva nelle tenebre. Una specie di pànico che avvenne tra i cani, li fece voltare da quella parte. «Un’Orecchia», gemendo e lamentandosi con urli acuti, tirava con tutte le sue forze verso la direzione dell’ombra, sul suo bastone, ch’egli mordeva freneticamente e addentava con tutti i denti.
— Bill, guardate, — mormorò Enrico.
Al chiarore del fuoco, un animale, simile a un cane, s’insinuava, con un movimento obliquo e furtivo, di soppiatto. Pareva, insieme, audace e timoroso, osservava i due uomini, con precauzione, e cercava, evidentemente, di accostarsi ai cani. «Un’Orecchia», appiattandosi verso l’animale, sul suolo, raddoppiava i gemiti.
— È una lupa. — mormorò Enrico. — Serve alla torma, come adescamento: quando è riuscita ad attirarsi dietro un cane, tutta la torma gli piomba addosso e se lo divora.
In quel mentre un pezzo di legno della catasta accesa, ruzzolò, rompendosi con fracasso, e lo strano animale, spaventato, diede un salto indietro nelle tenebre e scomparve.
— Penso una cosa, — fece Bill.
— Che cosa, per piacere?
— Che l’animale visto da noi è lo stesso che ho randellato io, ieri.
— Non c’è neppure il minimo dubbio su ciò.