— Bisogna inoltre osservare, — proseguì Bill — che la sua domestichezza eccessiva con la fiamma del nostro fuoco non è naturale e urta contro tutte le nostre idee tradizionali.

— Quel lupo, certo, ne sa più di quanto ne possa sapere un vero lupo, — approvò Enrico. — Conosce persino l’ora del pasto dei cani. È un animale che ha delle esperienze.

— Il vecchio Villano, — fece Bill, riflettendo ad alta voce, — possedeva un cane che era avvezzo a svignarsela per andare a correre con gli altri lupi. Lo so benissimo, tant’è vero che lo ammazzai, un bel giorno, in una pastura di alci, su Little Stik. Il vecchio Villano ne pianse come un neonato. Non vedeva quel cane da tre anni, tre anni, durante i quali il cane era stato con i lupi.

— Credo — dichiarò Enrico, — che abbiate indovinato la verità. Quel lupo è un cane, e da molto tempo mangia il pesce dalla mano dell’uomo.

— Se sarò un po’ fortunato, di quel lupo, che è un cane, finiremo con avere la pelle, — dichiarò Bill. — Non possiamo continuare a perdere altre bestie.

— Ricordatevi però che ci rimangono tre cartucce soltanto.

— Lo so, e le conservo per un colpo sicuro.

Enrico, al mattino, riattizzato il fuoco, fece cuocere la colazione, accompagnato, durante quella faccenda, dal russare sonoro del compagno, che si svegliò sol quando gli alimenti furono pronti. Bill, ancora assonnacchiato, cominciò a mangiare. Poi, avendo osservato che la sua tazza da caffè era vuota, si chinò per prender la caffettiera; ma essa era dalla parte di Enrico, tenuta discosto.

— Dite un po’, Enrico, — fece egli con una specie di amichevole borbottìo, — non avete dimenticato di darmi qualche cosa?

Enrico fece finta di cercare intorno a sè, e scosse la testa.