La famiglia era riunita sulla scalinata a godersi il fresco, quando arrivò Zanna Bianca, ansante e impolverato.

— Weedon è tornato, — annunziò la madre di Scott, vedendo l’animale.

I bambini corsero verso Zanna Bianca e cominciarono ad attrarlo nei loro giochi, ma egli li evitò, e siccome lo avevano spinto con la groppa in un cantuccio, tra un rocking-chair e una panca, egli ringhiò selvaggiamente, cercando di svincolarsi. La moglie di Scott sussultò:

— Tremo sempre, — disse, — perchè temo che un giorno o l’altro, egli non si getti addosso a loro, senza badare.

— Un lupo è un lupo, — sentenziò il giudice Scott. Ed è prudenza non fidarsene. Certo c’è in lui qualche goccia di sangue di cani...

Non aveva terminato la frase, allorchè si vide davanti, Zanna Bianca che brontolava, con uno strano aspetto.

— Vattene, Sir, va’ alla cuccia, — ordinò il Giudice.

Zanna Bianca si voltò verso la moglie del padrone e le afferrò coi denti l’orlo della gonna, tirando la debole stoffa sino al punto di strapparla. Alice lanciò un grido di spavento.

— Spero che non sia arrabbiato, — disse la madre di Scott. — Io ho sempre ripetuto a mio figlio che il nostro clima caldo non è punto adatto per un animale venuto dall’Artico.

Zanna Bianca ora non ringhiava nè brontolava, ma se ne stava immobile, a testa alta, guardando in faccia la famiglia che lo fissava: la gola era scossa da fremiti, e tutto il corpo convulso, come se egli tentasse di esprimere l’inesprimibile.