— Si direbbe, — osservò Beth, — che tenti di parlare!

E in quel momento Zanna Bianca parlò, come potè, abbaiando rumorosamente. Quell’abbaiamento fu il secondo e l’ultimo della vita del cane, ma s’era fatto capire.

— Qualche disgrazia è capitata a Scott! — esclamò Alice risolutamente.

E tutti seguirono Zanna Bianca che scendeva già la scalinata guardando se lo seguissero.

Dopo questo avvenimento, l’ospite di Sierra Vista ebbe un posto migliore. Persino il groom, al quale Zanna Bianca aveva lacerato il braccio, riconosceva che quello era il cane più saggio, sebbene fosse un lupo. Il giudice Scott interpretava questa ipotesi nel senso più estensivo, appoggiandosi su tante documentazioni ch’egli ricavava dalla sua enciclopedia e da diversi libri di storia naturale.

Intanto si approssimava il secondo inverno che Zanna Bianca stava per trascorrere nella terra del Sud, e i giorni cominciavano a diminuire. Ed ecco che egli fece una strana scoperta: i denti di Collie non erano più così duri, e se essa mordeva, pareva che lo facesse per gioco, gentilmente e senza fargli male! Egli dimenticò tutte le miserie inflittegli e quando essa andava a fargli delle smorfie intorno, egli rispondeva con gravità, con piacevolezza, solenne e ridicolo.

Essa lo trascinò, un giorno, in una lunga corsa, attraverso prati e boschi. Il padrone, guarito, doveva, in quel pomeriggio, fare una piccola cavalcata, e Zanna Bianca lo sapeva. Il cavallo aspettava, sellato, alla porta di casa.

Zanna Bianca esitò, là per là; ma un sentimento più profondo della legge degli dei, da lui appresa, più imperioso della sua volontà, lo vinceva. E, quando vide Collie che lo mordicchiava, e gli folleggiava davanti, si decise per lei; voltato il dorso, la seguì.

Quel giorno il padrone cavalcò solo, mentre Zanna Bianca e Collie correvano a fianco a fianco, come la madre Kisce e il vecchio «Un Occhio» erano corsi in compagnia, nelle foreste silenziose della terra del Nord.

XXV. IL SONNO DEL LUPO.