Anche quel giorno fu simile ai precedenti: all’alba, alle nove, e a mezzodì il riflesso lontano, verso sud, del sole invisibile; poi il pomeriggio grigio, che precedeva una rapida notte. Quando il sole proiettò il suo fioco chiarore, Bill, prese il fucile dalla slitta, e disse:

— Vado a vedere, Enrico, che cosa possa fare.

— Siate prudente, e badate che non vi capiti una disgrazia!

Bill s’allontanò in quei luoghi deserti. Un’ora dopo, ritornava verso il compagno che l’aspettava con una certa ansia.

— Si sono sparpagliati, — riferì — e vagolano al largo, lontano da noi, correndo qua e là, ma senza abbandonarci. Sono sicuri di averci, e sanno che basta pazientare. Intanto, cercano qualche altra cosa da rosicchiare.

— Secondo voi, — osservò Enrico, — sono sicuri di averci?

Bill fece finta di non aver inteso e continuò:

— Ne ho intravvisto qualcuno: sono magri, da far paura. Non hanno mangiato un boccone da settimane, tranne s’intende i nostri tre cani. Fra loro ve ne sono alcuni che non dureranno; hanno le costole come stropicciapanni, e le pance appiattite a livello della spina dorsale: sono, posso dirvelo, al colmo della disperazione, sono mezzo arrabbiati e aspettano.

Erano trascorsi pochi minuti, quando Enrico, che aveva preso posto dietro e spingeva la slitta, per aiutare il tiro dei cani, lanciò, come richiamo a Bill, un fischio soffocato. Dietro di essi, in piena vista, e seguendo le tracce del cammino percorso dalla muta, s’avanzava, col naso fisso al suolo, una forma villosa. La bestia, che trotterellava senz’alcuno sforzo apparente, pareva che scivolasse, anzichè correre. I due uomini si fermarono, e anch’essa si fermò, e, alzata la testa, li guardò fissamente, dilatando le narici frementi, fiutando il loro odore, come per formarsi un concetto dei due.

— È la lupa! — fece Bill.