Ed allora la lupa evitò il ramo destro del torrente, sapendo che nella tana c’era tutta una figliolanza, ed essa conosceva la lince come una feroce creatura perfida e terribile nella lotta.
Sì, certo, una mezza dozzina potevano aggredire una lince e stringerla contro un albero e vederla sputare ed arruffare il pelo; ma una lotta da solo a solo era un’altra faccenda, specie quando una madre lince aveva dietro di sè una famigliola affamata da difendere e nutrire. «Un Occhio» l’aveva imparato a proprie spese.
Ma il Wild ha le sue leggi, e doveva giungere l’ora in cui, per la salvezza del lupetto, la lupa, spinta anch’essa dall’implacabile istinto della maternità, avrebbe affrontato la tana nelle rocce e la collera della madre lince.
VII. IL MURO DEL MONDO.
La lupa, ricominciando la caccia all’aperto, era stata costretta a lasciare indietro il lupetto e ad abbandonarlo a sè stesso. Il lupetto era dissuaso dall’accostarsi all’ingresso della caverna non solo dalla proibizione della madre, fattagli a colpi di naso e di zampa, ma da un certo timore ricevuto direttamente da suo padre e dalla lupa, i quali però avevano a loro volta, per gradi successivi, avuto quella eredità da tutte le generazioni di lupi scomparse prima di loro. Temi! ecco il legato del Wild, che nessun animale può rifiutare!
Mai, nella breve vita vissuta nella tana, egli aveva avuto motivo di spaventarsi: eppure temeva; temeva per una specie di atavismo lontano, per un senso di timore tramandato a lui da migliaia e migliaia di vite. Era un’eredità naturale che lo dissuadeva dall’uscir fuori.
Insomma, il lupetto grigio conobbe il timore prima di sapere che cosa fosse. Certo, egli considerava quel timore come una delle inevitabili costrizioni della vita, di cui aveva avuto nozione.
La sua dura prigionia nella caverna, la rude strapazzata materna quand’egli si arrischiava a voler uscire, la fame inappagata durante parecchie carestie, tante altre cose, gli avevano insegnato che la libertà non è assoluta nel mondo, e che la vita è soggetta a limiti e costrizioni. Obbedire a questa legge, significava sfuggire ai colpi e lavorare per la propria prosperità. Senza ragionare, come fa l’uomo, egli si limitava a una classificazione semplicista, distinguendo ciò che urta e ciò che non urta, per evitare, insomma, quel che fa parte della prima categoria e godere di ciò che fa parte della seconda.
Sia per sottomissione a sua madre, sia per quel timore preciso e indefinito che pesava su lui, egli si teneva dunque lontano dall’apertura della caverna, che rimaneva agli occhi suoi, come un bianco muro di luce. Quando la lupa era assente, egli dormiva la maggior parte del tempo e negli intervalli del sonno, se ne stava tranquillo, contenendo i gridi lamentosi che gli gonfiavano la gola e gli facevano contrarre il muso.
Una volta, mentre egli era disteso e sveglio, udì un suono strano che veniva dal muro bianco: era un ghiottone che, tremando per l’audacia, se ne stava sulla soglia della caverna, fiutandone con precauzione il contenuto. Il lupetto, ignaro del ghiottone, sapeva però che quel modo di annusare era strano, che c’era qualcosa di nuovo e per conseguenza una novità temibile, giacchè l’ignoto è uno dei principali elementi della paura.