Il lupetto si sentì rizzare il pelo sulla schiena, ma in silenzio, un silenzio che era segno evidente dello spavento; pure, sebbene al colmo del terrore, rimase coricato, senza fare movimento nè rumore; come gelato e pietrificato nella sua immobilità, morto, in apparenza.
Sua madre, rientrando nella tana, incominciò a ringhiare sentendo la traccia del ghiottone e balzò dentro; essa leccò il suo piccolo e lo impiastricciò col naso, con uno slancio insolito di affetto. Il lupetto comprese vagamente di essere sfuggito ad un grande e grave pericolo. Altre forze contrarie però nascevano nel lupetto; e la principale era la spinta a crescere e a vivere; l’istinto e la legge gli imponevano di ubbidire. E per crescere e vivere bisognava disobbedire, giacchè la vita è ricerca di luce e nessuna proibizione poteva valere contro quel flusso che saliva in lui ad ogni boccone di carne che inghiottiva, a ogni boccata d’aria che respirava.
Cosicchè, in fine, timore e obbedienza dileguarono, e il lupetto strisciava verso l’apertura della caverna. Quel muro, diverso dagli altri muri di cui aveva fatto esperienza, sembrava indietreggiare a mano a mano che egli si accostava, e nessuna superficie dura sfiorava il tenero musetto che egli avanzava prudentemente.
La sostanza del muro pareva permeabile e benevola; egli penetrava, s’immergeva in ciò che aveva creduto della materia, e ne era tutto confuso. A mano a mano che egli strisciava attraverso quella che gli era parsa una sostanza solida, la luce diventava più lucente.
Il timore lo spingeva a ritornare indietro ma l’impulso di vivere lo trascinava avanti. A un tratto, si trovò allo sbocco della caverna; il muro dietro il quale egli s’immaginava prigioniero era saltato davanti a lui, indietreggiando all’infinito. Nello stesso tempo, lo splendore della luce, quasi crudele, lo abbagliava, ed egli era come stordito da quella precipitosa e paurosa estensione dello spazio.
Meccanicamente gli occhi si adattarono a quello splendore e misero a fuoco giusto la visione degli oggetti nella distanza aumentata. E non solo il muro gli era scivolato davanti agli occhi, ma persino l’aspetto di esso era mutato; ora era un muro tutto screziato, composto dagli alberi che fiancheggiavano il torrente, dalla montagna opposta, che dominava gli alberi, e dal cielo che dominava la montagna.
Un nuovo timore colpì il lupetto, giacchè tutto ciò non era se non un nuovo aspetto dell’ignoto: rannicchiato sull’orlo della caverna, egli guardò il mondo, e il pelo gli si rizzò, e, davanti a quelle ostilità che egli sospettava, le labbra gli si contrassero emettendo un ringhio feroce e minaccioso. Nonostante la sua piccolezza e la paura, egli lanciava una sfida all’immenso universo.
Ma non accadeva nulla di straordinario: egli seguitava a guardare, e, incuriosito, dimenticava di ringhiare, così che finì col dimenticare perfino di aver paura. Osservò dapprima gli oggetti più prossimi a lui: una parte scoperta del torrente che scintillava al sole; un abete secco, ancora in piedi, che sorgeva alle pendici del burrone e il pendìo stesso che saliva dritto sino a lui e si fermava a due piedi dall’orlo della caverna dove era accosciato.
Il lupetto aveva vissuto sino ad allora su un solo piano; egli ignorava la caduta, non avendone fatta esperienza. Desideroso dunque di spingersi oltre, egli incominciò a camminare arditamente nel vuoto; le sue zampe anteriori si posarono nell’aria, mentre quelle di dietro rimanevano ferme, dimodochè cadde, con la testa in giù. Il suolo lo urlò fortemente sul muso, strappandogli un gemito; poi il lupetto cominciò a rotolare in basso lungo la china, girando su se stesso.
Un terrore folle lo vinse: l’ignoto lo aveva brutalmente afferrato e non lo lasciava più: certamente lo avrebbe spezzato, in qualche orribile catastrofe. Il timore aveva, di colpo, fugato lo slancio vitale, e il lupetto guaiva come un cagnolo impaurito.