Ma la discesa, diveniva a poco a poco meno ripida; la base n’era ricoperta d’erbetta, cosicchè il lupetto giunse finalmente a un terrapieno, dove si fermò. Egli emise un ultimo gemito di agonia e poi un lungo grido di aiuto; quindi, come se compisse un atto naturalissimo eseguito tante volte nella vita, egli incominciò a far pulizia, leccandosi con cura per togliere la creta che lo insudiciava. Ciò fatto, egli si accosciò e ricominciò a guardarsi intorno, come avrebbe potuto fare un uomo capitato sul pianeta Marte.
Il lupetto aveva infranto il muro del mondo. L’Ignoto aveva, per lui, allentato la sua stretta. Egli era là, senz’alcun male. Ma il primo uomo che fosse capitato sul pianeta Marte, si sarebbe avventurato nel mondo nuovo meno tranquillamente che non facesse l’animale; senza preconcetto nè conoscenza alcuna di ciò che poteva esistere, il lupetto s’improvvisò perfetto esploratore.
Era totalmente in preda alla curiosità: esaminava l’erba che lo portava, il musco e le piante che lo circondavano, il tronco morto dell’abete che s’ergeva all’orlo della radura.
Uno scoiattolo che correva intorno al tronco bitorzoluto, lo urtò in pieno, rinnovando tutto il terrore del lupetto, che indietreggiò e ringhiò.
Ma lo scoiattolo, che aveva avuto una paura non minore, salì rapidamente in cima all’albero, dove incominciò a strillare selvaggiamente.
Il lupetto riprese coraggio e, a dispetto d’un picchio verde che incontrò e che gli diede un brivido, proseguì il suo cammino con sicurezza. Era tale la sua sicurezza, che, essendosi imprudentemente abbattuto sul suo capo un uccello, egli non esitò a cacciarlo via con la zampa, ottenendo in cambio una buona beccata sul naso, che lo fece cadere indietro urlando.
Quegli urli spaventarono a loro volta l’uccello, che se la svignò a volo.
Il lupetto acquistava esperienza: la sua mente giovanile, ancora velata, s’abbandonava a un’inconscia classificazione. C’erano delle cose vive e delle cose non vive. Dalle prime bisognava guardarsi; le seconde rimanevano sempre allo stesso posto, mentre le altre andavano e venivano e non si sapeva che cosa riserbassero; a tale imprevisto bisognava essere preparati.
Egli camminava in modo maldestro: un ramo di cui aveva calcolato male la distanza, gli urtava l’occhio poco dopo e gli frustava le costole; il suolo ineguale lo faceva cadere avanti e indietro, ed egli batteva il capo o si storceva la zampa. Poi erano i ciottoli e le pietruzze che gli vacillavano sotto i piedi quando vi camminava su; cosicchè ne concluse che le cose non viventi non hanno tutte la stessa fissità delle pareti della caverna, e poi, gli oggetti minuti sono meno stabili dei grossi. Ma ciascuna di quelle disavventure ne continuava l’educazione: egli si veniva adattando sempre più al mondo ambiente. Era la gioia d’un inizio; nato com’era per essere cacciatore di carne, (sebbene egli lo ignorasse) s’imbattè all’improvviso nella carne, dal suo primo passo nell’universo.
Una buona fortuna improvvisa lo mise in presenza d’un nido di ptarmigan che, pure, era mirabilmente nascosto, e ve lo fece letteralmente cadere dentro. Egli tentava di camminare su un albero sradicato, il cui tronco era disteso al suolo; la corteccia fradicia dell’albero cedette al peso e il lupetto con un guaito angoscioso ruzzolò e spezzò nella caduta le rame frondose di un piccolo cespuglio nel mezzo del quale, cadendo a terra, egli si ritrovò, fra sette piccoli pulcini di ptarmigan.