Questi incominciarono a pigolare, e il lupetto dapprima ne ebbe paura, ma subito dopo, vista la loro piccolezza, divenne audace. I pulcini si agitavano; egli posò la zampa su uno di essi e i movimenti si accelerarono; fu per lui una soddisfazione. Egli annusò il pulcino e lo imboccò mentre l’uccello si dibatteva e gli pizzicava la lingua, ma il lupetto, che sentiva gli stimoli della fame, strinse le mascelle, e le ossa fragili scricchiolarono e il sangue caldo colò nella bocca del lupetto. Il sapore era buono; la carne era simile a quella che gli portava sua madre, ma era viva fra i suoi denti, e quindi migliore.
Così egli divorò il piccolo ptarmigan e poi gli altri, finendo col mangiare tutta la famiglia. Allora si leccò le labbra, come aveva visto fare a sua madre, poi cominciò a strisciare per uscire dal nido.
Ma ecco che gli viene incontro come un turbine di piume; era la madre dei piccoli. Sbalordito da quella valanga, accecato dal battito delle ali furiose, egli si nascose la testa fra le zampe e urlò.
Ma i colpi crescevano. L’uccello era al colmo del furore, al punto che egli si sentì adirato, a sua volta, e raddrizzandosi ringhiò, poi colpì colle zampe e affondò i suoi denti sottili in una delle ali dell’avversario, che egli incominciò a scuotere con vigore. Il ptarmigan continuò a lottare, frustandolo con l’ala libera.
Nella sua esaltazione, il lupetto dimenticava tutto l’ignoto; ogni senso di paura era svanito in lui; egli lottava per la sua difesa, contro una cosa viva ch’egli avrebbe squartata, una cosa che era anch’essa carne buona da mangiare.
L’entusiasmo di uccidere lo vinceva; dopo aver distrutto dei piccoli esseri viventi, voleva ora distruggerne uno grande; ed era troppo affaccendato e troppo felice per accorgersi di esser felice.
Fremeva, ebbro di avanzare per una via nuova dove si allargava tutto il suo passato. Pur ringhiando a denti stretti, egli teneva ferma l’ala della madre ptarmigan, che lo trascinò fuori del cespuglio, poi tentò di respingervelo, per mettersi al sicuro, mentr’egli la tirava, da parte sua, verso il libero spazio.
Le penne volavano come neve, e pochi istanti dopo parve che l’uccello cessasse la lotta; egli lo teneva ancora per l’ala, e tutt’e due, appiattiti sul suolo si guardarono. Il ptarmigan gli beccò il muso addolorato già per le precedenti disavventure; egli chiuse gli occhi senza abbandonare la preda e i colpi raddoppiarono sul malcapitato muso. Allora egli tentò di ritrarsi, ma dimenticando di aver l’ala dell’uccello fra le mascelle, si tirò dietro il ptarmigan, cosicchè la pioggia dei colpi cadde più fitta. Il furore bellicoso del lupetto si spense: lasciata la preda, egli voltò le spalle e se la svignò in una poco gloriosa ritirata.
Si distese per riposarsi non lontano dal cespuglio, con la lingua penzoloni, il petto ansante, il muso addolorato che gli strappava continui gemiti. Mentre così giaceva, avvertì ad un tratto qualche cosa di terribile sospeso nell’aria e sopra la sua testa.
L’ignoto, con tutti i suoi terrori lo riprese, e, istintivamente egli indietreggiò sotto il riparo di un cespuglio vicino.