Il lupetto si accostò sino a toccare il ginocchio di Castoro Grigio, dimenticando, per troppa curiosità, che costui era un terribile animale uomo.
A un tratto egli vide, fra le mani di Castoro Grigio, come una nebbia innalzarsi dai pezzetti di legno e dal musco, poi apparire una cosa viva che splendeva e ondeggiava, ed era dello stesso colore del sole nel cielo.
Zanna Bianca non aveva alcun concetto del fuoco; quel chiarore che ne sprizzò lo attrasse, come l’aveva attratto la luce del giorno, nella sua prima infanzia, spingendolo verso l’entrata della caverna, e strisciò verso la fiamma.
Udì Castoro Grigio che gli rideva sul capo; ma poichè il suono del riso non era ostile, egli accostò il naso alla fiamma, e nello stesso tempo mise fuori la lingua per leccarla.
Per un istante rimase come paralizzato: l’ignoto, che lo spiava tra i pezzetti di legno e di musco, l’aveva preso ferocemente pel naso. Poi saltò indietro con una furia di guaiti disperati: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!».
Kisce, udendolo, cominciò a balzare, tirando un capo del bastone, ringhiando furiosamente, perchè non poteva correre in aiuto del lupetto.
Intanto, Castoro Grigio rideva a squarciagola, battendosi le cosce colle mani, e raccontava la storia a tutta la gente dell’accampamento, facendo scoppiare tutti dal ridere.
Zanna Bianca, accovacciato, gridava sempre più disperatamente: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!» e solo, abbandonato da tutti, faceva, in mezzo agli animali uomini una misera figura.
Era quello il peggior male che avesse sofferto: il naso e la lingua gli erano stati feriti dalla cosa viva color del sole, che era ingrandita fra le mani di Castoro Grigio. Egli gridò; gridò interminabilmente, e ogni nuovo sfogo di urli era accolto da nuovi scoppi di risa degli animali uomini.
Egli tentò di mitigare con la lingua l’ardore della bruciatura al naso, ma le sue sofferenze, sovrapponendosi, ne produssero una maggiore, ed egli gridò più disperatamente che mai.