Rabbrividì: qualche cosa di formidabile e di colossale gli attraversava la visuale. Era l’ombra di un albero, proiettata dalla luna la cui faccia si era liberata dalle nuvole che la velavano. Egli si rassicurò e gemette sommessamente; poi tacque, temendo di svegliare l’attenzione del pericolo, in agguato attorno a lui.
Ristretto dal freddo notturno, un altro albero fece udire uno scricchiolìo violento, proprio sulla testa del lupetto, che guaì dallo spavento e fu preso da folle pànico, dandosi alla fuga, con tutte le sue forze, verso l’accampamento. Egli sentiva l’irresistibile bisogno della protezione e della compagnia dell’uomo; aveva nelle narici l’odore del fumo dei fuochi e negli orecchi il ronzìo dei gridi e suoni a lui familiari, ormai.
Uscì infine dalla foresta, da quell’oscurità, da quelle ombre, e giunse a un terreno scoperto, inondato dal lume della luna. Cercò invano con lo sguardo il campo; aveva dimenticato che l’accampamento era stato tolto. E si fermò di botto. Dove andare, ora?
Errò, lamentosamente, solo e abbandonato, sul posto deserto dove sorgevano prima le tende, annusando i cumuli di rifiuti e i detriti lasciati dagli dei. Come avrebbe avuto piacere, ora, di una pioggia di sassi lanciatigli addosso da qualche donna irritata, come sarebbe stato contento se la pesante mano di Castoro Grigio si fosse abbattuta a colpirlo! Avrebbe accolto bene perfino Lip-Lip e, con lui, i ringhi di tutta la turba dei cani.
Giunse, così, al posto dov’era la tenda di Castoro Grigio e, nel bel mezzo del suolo, s’accasciò puntando il naso verso la luna. Fra gli spasimi che gli contraevano la gola, egli spalancò la bocca ed emise un ululato che gli sgorgava proprio dal cuore affranto, ed esprimeva la solitudine e lo spavento del lupetto, il dolore d’aver perduto Kisce, tutte le miserie e tutte le pene del passato, e la preoccupazione dei pericoli futuri.
Fu, per la prima volta, un lungo e lugubre ululato di lupo, lanciato con tutta la forza della gola.
L’apparire dell’alba fece svanire parte di quei timori, ma accrebbe il senso della solitudine in lui, con lo spettacolo della terra nuda che gli si stendeva intorno.
Allora egli prese una risoluzione: s’inoltrò nuovamente nella foresta e, seguendo la riva del fiume, incominciò a discenderne il corso.
Corse tutto quel giorno, senza riposare; il suo corpo di ferro non conosceva stanchezza, e pareva fatto per correre sempre; una resistenza ereditaria rendeva possibile al lupetto uno sforzo illimitato, e gli permetteva di imporre alla sua carne, anche straziata, di proseguire avanti a qualunque costo.
Dove il fiume s’ingolfava tra rupi scoscese, egli le seguiva per toccar la cima: attraversò a guado o nuotando, gli affluenti che incontrava, torrenti e ruscelli; spesso si arrischiò a seguire il ghiaccio che cominciava a formarsi all’orlo delle rive.