Persino Kisce era diventata per lui nient’altro che un ricordo del passato; il lupetto, rimettendosi all’uomo, aveva abbandonato per sempre, con la libertà, il Wild e la sua razza.
Anche se avesse incontrato Kisce, ormai le norme del patto gli avrebbero impedito di seguirla, per un dovere che Zanna Bianca adempiva verso il suo dio. Ma in quel dovere non entrava punto l’amore; l’amore era un sentimento che egli continuava ad ignorare.
XIV. LA CARESTIA.
Quando Castoro Grigio terminò il suo viaggio, la primavera era prossima. S’era in aprile, e Zanna Bianca aveva ormai l’età di un anno, quando si ritrovò nell’accampamento della tribù e fu liberato dei finimenti, da Mit-Sak.
Sebbene non avesse compiuto tutto lo sviluppo, il lupetto era, tranne Lip-Lip, il più robusto di tutti i cani giovani dell’accampamento.
Dal padre lupo e da Kisce, aveva ereditato forza e statura, e un corpo che oltrepassava in lunghezza quello dei cani adulti.
Ma non era di pari larghezza, in proporzione, e aveva forme più sottili e slanciate che piene, e un vigore più nervoso che resistente.
Il suo mantello era grigio, proprio dei lupi: ed egli sembrava infatti un vero lupo, giacchè quel quarto di sangue di cane che aveva ereditato da Kisce, se gli si rivelava nella costituzione della mente, non aveva però influito gran che sul suo aspetto fisico.
Il lupetto, vagabondando per l’accampamento, si divertì un mondo ritrovando i varî dei che aveva conosciuto prima del suo lungo viaggio. Poi c’erano i cani cuccioli cresciuti come lui, e gli adulti, che non gli parevano ora così grandi e temibili come li ricordava, tant’è vero che non ne ebbe più paura come un tempo; ma camminava fra loro con aria disinvolta, ch’era per lui una novità deliziosa.
Tra i vecchi cani, era un certo Baseck, dal pelo canuto, che, una volta, bastava che scoprisse i denti per farlo fuggire lontano, strasciconi, col ventre al suolo.