Verso la fine dell’estate, nell’ultimo periodo della carestia, s’imbattè con Lip-Lip anch’egli fuggito nei boschi, dove conduceva una misera vita. Trotterellavano tutt’e due in senso opposto, alla base di uno dei dirupi che fiancheggiavano il torrente, e all’improvviso, nel girare attorno a un masso, si trovarono a naso a naso.
Fermatisi, si misero subito in guardia, e si lanciarono uno sguardo di diffidenza.
Zanna Bianca era in condizioni meravigliose; poichè la caccia era stata buona, egli da otto giorni mangiava a crepapelle, e non aveva, si può dire, neppure digerito la sua ultima vittima.
Ma vedendo Lip-Lip in quell’atteggiamento, il lupetto si sentì rizzare il pelo della schiena, ad un tratto, come al tempo delle persecuzioni di una volta, e ringhiò.
Ciò che avvenne, accadde in un batter d’occhio. Lip-Lip tentò di fuggire, ma Zanna Bianca, con un colpo di spalla lo rovesciò, e lo fece ruzzolare al suolo; poi gl’immerse le zanne nella gola.
Mentre il suo nemico agonizzava, egli gli girò intorno in cerchio, con le zampe irrigidite, osservandolo, e poi riprese il suo cammino, trotterellando lungo il costone.
Poco dopo questo avvenimento, egli avanzò lungo il margine della foresta, in direzione di una breve radura che pendeva verso il Makenzie dond’egli era venuto, e rimase nascosto fra gli alberi per esaminare le condizioni del luogo, riconoscendo odori e rumori a lui familiari.
Là intanto era stato trasportato l’accampamento di prima. Pure, quello spettacolo, quei suoni e quegli odori erano in certo modo diversi da come li ricordava; ora non si udivano più lamenti nè gemiti ma rumori lieti.
Quando udì la voce irritata di una donna, capì che quella collera proveniva da uno stomaco pieno. Infatti si spandeva nell’aria un odore di pesce fritto; il nutrimento non mancava e la penuria era sparita.
Allora egli uscì arditamente dalla foresta, e, trotterellando attraverso il villaggio, andò difilato alla tenda di Castoro Grigio.