Castoro Grigio non c’era; Io accolse Kloo-Kooch, con gridi di gioia. Essa gli diede un pesce intero, pescato da poco, ed egli si stese a terra beatamente aspettando il ritorno di Castoro Grigio.
XV. IL NEMICO DELLA PROPRIA RAZZA.
Anche se era rimasta, nella natura di Zanna Bianca, una certa attitudine a fraternizzare con i rappresentanti della sua razza, fosse pure come ultimo residuo di lontani ricordi atavici, tale attitudine non avrebbe potuto più esistere, dal giorno in cui egli fu scelto per essere a sua volta il capofila della muta che tirava la slitta, giacchè, da allora, i cani l’odiarono. L’avevano odiato per il supplemento di carne che gli dava Mit-Sak, per tutti i favori, immaginarii o reali che otteneva dall’indiano. Odiato perchè egli correva sempre innanzi a tutti, scuotendo davanti ad essi il pennacchio della sua coda, facendo sfuggire continuamente ai loro attacchi la sua groppa, in una visione continua che li faceva impazzire.
Per naturale reazione, Zanna Bianca aveva ricambiato il loro odio, e il compito affidatogli, era tutt’altro che piacevole: dover correre, avendo dietro, alle calcagna, la muta volante, della quale ciascun cane era stato da lui castigato per bene, e assoggettato durante tre anni, era cosa alla quale si ribellava fieramente entro di sè.
Eppure bisognava farla, per necessità di vivere; ed egli aveva una volontà di vivere che era anche più imperiosa.
Nel momento in cui Mit-Sak dava il segnale di partenza, tutto il tiro, con uguale movimento di avviso, si lanciava avanti, su Zanna Bianca, lanciando grida ardenti e furiose. Egli non poteva resistere in alcun modo. Se si volgeva contro i perseguitori, Mit-Sak gli frustava a sangue il grugno con la correggia del suo staffile, cosicchè non rimaneva altro al lupetto, che fuggire, di gran carriera; la sua coda e la sua groppa non erano sufficienti per ridurre alla ragione quell’orda forsennata, davanti alla quale bisognava ch’egli avesse l’aria di fuggire, e ogni balzo in avanti, che egli faceva, era una violenza al suo orgoglio, e tutto il giorno balzava.
La volontà degli dei assoggettava l’orgoglio, frenava gli slanci della natura del lupetto, faceva sì che, sebbene ribelle entro di sè, egli rinunziasse a balzare addosso ai cani che gli stavano alle calcagna; e, quasi a dargli forza, c’era, dietro la volontà degli dei, uno staffile di trenta piedi di lunghezza, di budella di cariboo, che mordeva le carni.
Egli così non poteva far altro che mordere il freno, in una tacita rivolta interiore, spinto avanti dal suo odio.
Così egli divenne il peggior nemico della sua razza: non chiedeva nè concedeva grazia.
Diverso dalla maggior parte dei capo-fila, del tiro, che, quando l’accampamento era posto e i cani erano sciolti, andavano a mettersi sotto la protezione degli dei, Zanna Bianca, sdegnando tale precauzione, procedeva audacemente e liberamente per l’accampamento, infliggendo, ogni notte, ai suoi nemici, il castigo delle ingiurie ricevute durante il giorno.