Prima che egli fosse promosso capo, la muta dei cani s’era avvezza a cedergli il passo, ma ora questo non desiderava. Eccitati dal lungo inseguimento durante il giorno, avvezzi a vederlo fuggire e a pensare ch’essi sopraffacevano così il loro avversario, i cani non potevano indursi a indietreggiare e a lasciargli libero il passaggio.
Appena egli appariva in mezzo a loro, c’era tumulto, battaglia, ringhi, morsi e sfregi vicendevoli; e Zanna Bianca respirava un’aria satura d’un’ostilità piena di rancori e di perfidia.
Quando Mit-Sak gridava alla muta l’ordine di fermarsi, Zanna Bianca ubbidiva immediatamente, e gli altri cani facevano l’atto di gettarglisi subito addosso; ma il grande staffile di Mit-Sak vegliava, e impediva la cosa, dimodochè i cani avevano capito che se la slitta si fermava per ordine di Mit-Sak, bisognava lasciare in pace Zanna Bianca, ma se, invece, Zanna Bianca si fermava senza ordine del padrone, era permesso di lanciarsi su di lui e distruggerlo, se si poteva.
Della qual cosa Zanna Bianca non tardò ad accorgersi; e non si fermò più di volontà sua. Ma i cani non poterono mai avvezzarsi a lasciarlo tranquillo nell’accampamento. Ogni sera, urlando, si lanciavano all’assalto, dimentichi della lezione della notte precedente, e del nuovo castigo che ricevevano.
L’odio ch’essi sentivano per Zanna Bianca aveva radici più profonde, e cioè nella diversità che essi intuivano fra loro e il lupetto; ed era causa tale che bastava a far nascere quell’odio.
Certo, i cani erano, come lui, lupi addomesticati, ma addomesticati da parecchie generazioni, cosicchè avevano perduto ogni costumanza col Wild, di cui serbavano un concetto vago, il concetto del suo ignoto, terribile e minaccioso. E appunto odiavano, nel loro compagno, il Wild, al quale il lupetto era rimasto più vicino. Questi ne era la personificazione, il simbolo, ai loro occhi. E quando gli mostravano i denti, essi sentivano di difendersi contro le oscure potenze di distruzione che li circondavano, nell’ombra della foresta, e li spiavano sornionamente di là dal limite dei fuochi dell’accampamento.
Da questi combattimenti i cani trassero questo solo ammaestramento, che il giovane lupo era troppo temibile per poterlo assalire da solo a solo; perciò l’assalivano in massa; altrimenti egli li avrebbe uccisi l’uno dopo l’altro, in una sola notte.
Mediante quella tattica, essi gli sfuggivano. Se egli riusciva a rovesciare un cane, con le zampe all’aria, ecco tutta la torma gettarglisi addosso, prima che egli avesse il tempo di dare alla gola un colpo mortale.
Al primo accenno del conflitto, i cani, anche se erano occupati a litigare fra loro, formavano una massa compatta e gli tenevano testa.
Ma non potevano, con tutti i loro sforzi, riuscire ad uccidere Zanna Bianca, che era, invece, vivace, formidabile e prudente. Appena essi cercarono di accerchiarlo, egli fuggiva dai passaggi stretti e prendeva il largo; e nessun cane era capace di rovesciarlo; le zampe del lupetto si tenevano al suolo con la stessa tenacia con la quale egli si attaccava alla vita; giacchè, per lui, mantenersi in piedi, significava vivere, e lasciarsi rovesciare, morire. Egli lo sapeva meglio di ogni altro.