Là, Castoro Grigio si fermò; era giunta al suo orecchio la voce della corsa all’oro, ed egli recava con sè parecchie balle di pellicce, di guantoni, di mocassins. Era stato spinto a quella lunga corsa dalla speranza di buoni guadagni; e la realtà superò di molto le sue più rosee speranze.
Egli, che non s’era spinto mai a sognare un guadagno del cento per cento, ora si vedeva offerto il mille per cento, e da buon indiano, visto questo, impiantò senza fretta, con cura, un regolare commercio, deciso ad impiegar bene tutta l’estate, e all’occorrenza, l’inverno seguente, per trarre tutto il profitto possibile e più vantaggioso, dalla sua mercanzia.
Zanna Bianca conobbe i primi uomini bianchi a Fort Yukon: essi, in confronto degl’Indiani da lui conosciuti, gli sembrarono creature d’un’altra specie, una razza di dei superiori. Egli intuì ch’essi possedevano un potere maggiore; potere nel quale consiste appunto la divinità degli dei. Egli intuì la cosa, istintivamente, senza averne quasi la percezione esatta. Come, nella sua infanzia, l’ampiezza delle tende, innalzate dai primi uomini incontrati, lo aveva colpito quale manifestazione di potenza, così era colpito, ora, dalle case che vedeva, costruite, come il forte, da ciocchi massicci. Quella era la potenza: il potere degli dei bianchi era superiore persino a quello di Castoro Grigio, il più possente di tutti, che pareva ora, tra gli dei della pelle bianca, come un piccolo dio bambino.
Dapprima s’era mostrato sospettoso con loro; durante le prime ore dopo l’arrivo, egli li osservò con grande attenzione, pure mantenendosi, pel timore di essere osservato a sua volta, a una prudente distanza. Poi, vedendo che presso di essi non accadeva alcun male ai cani, si avvicinò.
Essi guardarono, da parte loro, con somma curiosità, lo strano aspetto di quel cane che attirava la loro attenzione: adesso se lo indicavano col dito, l’un l’altro. Quelle dita non dicevano nulla di buono a Zanna Bianca, cosicchè, quando gli dei bianchi tentarono di accostarsi a lui, egli mostrava i denti e ringhiava. Neppur uno riuscì a posargli una mano addosso; qualche ostinato che volle insistere, non ottenne altro che danno.
Zanna Bianca si accorse in breve che un piccolo numero di dei bianchi, non più di una dozzina, dimorava stabilmente in quel luogo.
Ogni due o tre giorni, un gran piroscafo, altra e colossale manifestazione di potenza, s’accostava alla riva, dove rimaneva per qualche ora. Altri uomini bianchi ne discendevano a terra, poi si rimbarcavano, e il numero di costoro sembrava infinito.
In un solo giorno Zanna Bianca ne vide tanti, quanti non erano gl’indiani conosciuti durante tutta la sua vita. E, nei giorni che seguirono, gli uomini bianchi continuarono ad arrivare lungo il fiume per poi fermarsi pochi momenti e ripartire sul fiume e sparire.
Ma, mentre gli dei bianchi sembravano onnipotenti, i loro cani non valevano gran che. Zanna Bianca se ne accorse subito mescolandosi coi cani che venivano a terra coi loro padroni. Erano di varie forme e grandezze varie; gli uni avevano le zampe corte, troppo corte, altri troppo lunghe; e non possedevano un manto simile al suo, ma peli finissimi; alcuni li avevano così radi, che pareva che non li avessero punto. Nessuno, però, di loro, sapeva combattere.
Data la sua ostilità contro tutti i rappresentanti della sua razza, era fatale che Zanna Bianca si scontrasse in lotta con i nuovi venuti; infatti non mancò, e sentì immediatamente un profondo disprezzo per essi.