Questa antipatica persona era chiamata col nomignolo di Beauty (Bellezza) dagli altri uomini del forte, e col nome di Beauty-Smith era conosciuto nella regione, nome affibbiatogli per contrasto, giacchè colui che era così chiamato, era tutt’altro che bello essendosi la natura mostrata avara con lui.

Era un omuncolo magrolino magrolino, con una testa più magra del corpo; non più d’un punto; tant’è vero che, durante l’infanzia, prima di avere il nomignolo di Bellezza, era stato soprannominato Pinchead (Capocchia di spillo).

Quella testa terminava sul collo, scendendo rigidamente e piattamente davanti: il cranio, in forma di pan di zucchero, s’univa alla fronte bassa e larga, al di sotto della quale, la natura pareva che si fosse pentita a un tratto della sua parsimonia.

Divenuta eccessivamente prodiga, essa gli aveva dato due occhi eccessivamente grossi, distanti l’uno dall’altro il doppio dello spazio normale; delle mascelle che, allargando smisuratamente il resto della faccia, erano spaventose, enormi e pesanti, sporgenti molto, in modo che parevano quasi poggiar sul petto, come se il collo fosse impotente a sopportarne il peso.

Queste mascelle davano, tali quali erano, una sensazione d’indomabile energia; ma era una sensazione falsa, dovuta all’esagerazione e a un contrasto di natura, che faceva, in realtà, di Bellezza, una persona conosciuta da tutti come debole e vile più d’ogni altra.

Termineremo la descrizione di lui, dicendo che i suoi denti erano lunghi e gialli, e che i due canini, più lunghi di tutti, sporgevano come zanne dalle labbra sottili di lui. I suoi occhi erano gialli, come i denti, e cisposi, come se la natura vi avesse fatto scorrere tutti gli umori ch’essa teneva in serbo nei canali del viso. Quanto ai capelli, color di fango e di polvere giallastra, erano radi e irregolari sulla testa, e formavano delle punte, dei ciuffetti e ritrose varie sul davanti del cranio.

Bellezza, insomma, era un vero mostro; del che, certamente egli non era responsabile, e non poteva essere biasimato, non avendo formato egli l’argilla di cui era impastato.

Nel forte, egli preparava i cibi per gli altri uomini, lavava le stoviglie e aveva il compito di fare i lavori più grossolani.

Ma non lo disprezzavano. Lo tolleravano, per senso di umanità e perchè era utile. Ne avevano anche paura: c’era sempre da temere, dalla collera di quel vile, un colpo di fucile nella schiena o del veleno nel caffè. Eppoi, nessuno sapeva preparare come lui le pietanze; giacchè suscitava, sì, ripugnanza, ma era un buon cuoco.

Tale era l’uomo che si compiaceva di osservare le feroci prodezze di Zanna Bianca, e che in breve non ebbe altro desiderio che di possederlo. Egli cominciò col tentare degli approcci col lupo, che finse di non accorgersene, poi, quando i tentativi divennero più insistenti, il lupetto arruffò il pelo, mostrò i denti e si allontanò.