[271]. Franco Sacchetti nel suo Capitolo (Rime pubb. dal Poggiali) pag. 56, enumera intorno al 1390 più di cento nomi di uomini ragguardevoli dei partiti dominanti, che erano morti a sua memoria. Per quante mediocrità possano esservi state fra essi, tuttavia l'insieme è una testimonianza assai autorevole per comprovare il risveglio dell'individualità. — Quanto alle «Vite» di Filippo Villani veggasi più innanzi.

[272]. Trattato del governo della famiglia. È stata messa innanzi una nuova ipotesi, secondo la quale questo scritto sarebbe opera dell'architetto Leon Battista Alberti. Cfr. Vasari, IV, 54, nota 5, ed. Lemonnier. — Sul Pandolfini cfr. Vespas. fiorent. p. 379.

[273]. Trattato, p. 65 e seg.

[274]. Jov. Pontanus, De fortitudine, L. II. Sessant'anni più tardi Cardano (De vita propria, cap. 32) poteva chiedere amaramente: quid est patria, nisi consensus tyrannorum minutorum ad opprimendos imbelles timidos, et qui plerumque sunt innoxii?

[275]. De vulgari eloquio, L. I, cap. 6. — Sulla lingua italiana ideale, cap. 17. — Sulla unità spirituale dei dotti, cap. 18. — Ma anche il grido dell'esule nel celebre passo del Purg. VIII, 1 e segg. e Parad. XXV, 1.

[276]. Dantis Alligherii Epistolae, ed. Carolus Witte, p. 65.

[277]. Ghiberti, Secondo commentario, Cap. XV. (Vasari, ed. Lemonnier, I, p. XXIX).

[278]. Codri Urcei vita, in principio delle sue opere. — Veramente ciò confina col detto: ubi bene, ibi patria. — Le compiacenze morali, indipendenti da ogni località e privilegio comune a tutti gli Italiani più colti, alleviavano loro i dolori dell'esiglio. Del resto il cosmopolitismo è un segno dell'epoca, nella quale si scoprono nuovi mondi e si anela ad uscire dal vecchio. Accadde altrettanto in Grecia dopo la guerra peloponnesiaca. Platone, a detta di Niebuhr, non era un buon cittadino, e Senofonte ancor meno: Diogene si compiaceva addirittura del suo cosmopolitismo e si diceva egli stesso ἄπολις, come si legge in Laerzio.

[279]. Boccaccio, Vita di Dante, p. 16.

[280]. Gli angeli, che egli nel giorno anniversario della morte di Beatrice disegnò sopra una tavoletta (Vita nuova, p. 61), potrebbero essere stati qualche cosa di più che un semplice lavoro da dilettante. Leonardo Aretino dice, che egli disegnava egregiamente e che amava grandemente la musica.