Le occasioni speciali per la rappresentazione di Misteri, prescindendo da certe grandi festività religiose, da sposalizi principeschi ecc. sono di diversa specie. Quando, per esempio, Bernardino da Siena fu dichiarato santo dal Papa (1450), vi fu una specie di drammatica rappresentazione della sua canonizzazione, probabilmente sulla piazza maggiore della sua città nativa,[253] dove si ebbe anche una specie di corte bandita per tutto il popolo. Altre volte accade che un dotto monaco festeggia la sua promozione a dottore di teologia, facendo rappresentare drammaticamente la vita del patrono della città.[254] Il re Carlo VIII era appena sceso in Italia, che la duchessa vedova, Bianca di Savoia, lo accolse a Torino con una specie di pantomima semi-religiosa,[255] nella quale innanzi tutto una scena pastorale doveva rappresentare «la legge di natura», poi una schiera di patriarchi simboleggiava «la legge di grazia»; chiudevan poi lo spettacolo le leggende di «Lancillotto del Lago» e di «Atene» drammatizzate. E non appena egli giunse di là a Chieri, che lo si volle onorare anche quivi con una nuova pantomima, la quale rappresentava «una puerpera circondata da illustri visite».
Ma se v'era festa religiosa, che domandasse di essere celebrata colla massima pompa per consenso di tutti, era certamente quella del Corpusdomini, alla quale in Ispagna si consacrava perfino una specie particolare di poesia, gli autos sagramentales da noi già citati. Quanto all'Italia, ci resta una pomposa descrizione di questa festa, quale fu celebrata da Pio II nel 1462 in Viterbo.[256] In essa la processione, che moveva da una colossale e splendida tenda dinanzi alla chiesa di S. Francesco attraverso la strada maggiore sino alla piazza del duomo, era il meno: i cardinali e i più ricchi prelati s'erano assunti di decorare, ciascuno il meglio che poteva, un tratto di quella via, curando che non solo fosse coperta dal principio alla fine di tende e ornata di damaschi e ghirlande alle finestre ed alle muraglie,[257] ma innalzando dappertutto palchi e tribune, nelle quali, durante la processione, rappresentavansi brevi scene storiche ed allegoriche. Dalla relazione non emerge con bastante chiarezza se il tutto venisse rappresentato da persone vive, o qualche cosa anche da automati preparati appositamente;[258] in ogni modo però la pompa fu grande. Vi si vedeva un Cristo soffrente in mezzo ad una schiera di angeli che cantavano; una cena eucaristica, nella quale figurava anche S. Tommaso d'Aquino; la lotta dell'arcangelo Michele coi demonj; fontane di solo vino ed orchestre d'angeli; un sepolcro di Cristo con tutta la scena della Resurrezione; e finalmente sulla piazza del duomo la tomba di Maria, che, dopo il servizio religioso e la benedizione, si apriva, e allora si vedeva la Madre di Dio salire cantando al Paradiso, dove Cristo la incoronava e la conduceva dinanzi al Padre eterno.
Nella serie di queste rappresentazioni fatte sulla pubblica via spicca in modo particolare, per la grandiosità della pompa e per l'oscurità dell'allegoria, quella fatta eseguire dal cardinale vice-cancelliere, Roderigo Borgia — il futuro Alessandro VI.[259] — Oltre a ciò essa ha anche un'altra prerogativa, l'accompagnamento dello sparo dei mortaletti,[260] che è una specialità tutta propria delle feste dei Borgia.
Più brevemente sorvola Pio II sulla processione, che ebbe luogo a Roma lo stesso anno nell'occasione, che vi giunse dalla Grecia il cranio di S. Andrea. Anche in questa Roderigo Borgia si segnalò per la sua magnificenza, ma nel complesso la festa avea un carattere piuttosto profano, perchè, oltre la solita orchestra degli angeli, che non mancava mai, vi figuravano altre maschere, ed alcuni «uomini robusti», vale a dire degli Ercoli, che, a quanto pare, vi facevano ogni specie di esercizi ginnastici.
Le rappresentazioni esclusivamente o prevalentemente profane erano destinate in modo particolare a dare nelle maggiori corti principesche spettacoli grandiosi e di gusto perfetto, rappresentando qualche leggenda mitologica od allegorica, di facile e piana interpretazione. Vero è che l'elemento barocco non vi faceva difetto, anzi vi brillava in figure gigantesche d'animali, dalle quali uscivano all'improvviso gruppi interi di maschere,[261] in pasticci enormi, sebbene in proporzioni non così esagerate, come presso il duca di Borgogna (v. pag. 186), e simili; ma, ciò non ostante, l'insieme conservava pur sempre un certo gusto artistico e poetico. Della mescolanza del dramma colla pantomima, quale si usava alla corte di Ferrara, s'è già parlato altrove (v. pag. 50). Universalmente note furon poscia le feste, che il cardinale Pietro Riario diede a Roma nel 1473, in occasione del passaggio di Leonora d'Aragona, che andava sposa al duca Ercole di Ferrara.[262] Quelli che qui si dicono drammi, sono ancora veri Misteri d'indole religiosa; le pantomime invece hanno un carattere al tutto mitologico: vi si videro infatti Perseo ed Andromeda, Orfeo seguito da molti animali, Cerere tirata dai dragoni, Bacco ed Arianna dalle pantere, e per ultimo l'educazione di Achille: succedeva quindi un balletto delle più celebri coppie amorose del tempo primitivo ed una schiera di ninfe, che venivano sorprese da un gruppo di rapaci Centauri, messi alla lor volta in fuga da Ercole. E per quanto paia per sè stessa un'inezia, pure è sempre caratteristico pel modo, con cui s'intendevano le forme a quel tempo, il fatto, che se in tutte le feste dovevano apparire figure vive in aspetto di statue collocate in nicchie o sopra colonne ed archi trionfali e che poi dovessero mostrarsi vive o cantando, o declamando, si aveva cura che si presentassero con colori ed abbigliamenti affatto naturali e verosimili, e solo in via d'eccezione nelle sale del cardinal Riario accadde, che figurasse in mezzo agli altri un fanciullo vivo, ma tutto dorato, che versava acqua da una fontana.[263]
Altre splendide pantomime di questo genere furono date a Bologna, in occasione delle nozze di Annibale Bentivoglio con Lucrezia d'Este;[264] invece dell'orchestra vi si ebbero dei cori che cantavano, mentre la più bella delle ninfe seguaci di Diana correva a rifugiarsi sotto la protezione di Giunone pronuba, e Venere s'aggirava con un leone, vale a dire con un uomo cammuffato in tal guisa, in mezzo ad un ballo di selvaggi: la decorazione poi rappresentava una foresta vera e reale. A Venezia nel 1491 si festeggiò l'arrivo di alcune principesse estensi,[265] movendo ad incontrarle col Bucintoro, ed attivando gare di rematori e una splendida pantomima (Meleagro) nel cortile del palazzo ducale. A Milano Leonardo da Vinci[266] dirigeva le feste del duca ed anche quelle di altri grandi; una delle sue macchine, la quale poteva benissimo rivaleggiare con quella di Brunellesco (v. pag. 188), rappresentava in proporzioni colossali il sistema planetario in tutti i suoi movimenti; ogni volta che un pianeta si avvicinava alla sposa del giovane duca, Isabella, il dio che lo abitava, si sporgeva fuori dalla sua sfera[267] e cantava alcuni versi scritti dal poeta di corte Bellincioni (1489). In un'altra festa (1493) fu esposto, fra molte altre cose, il modello della statua equestre di Francesco Sforza sotto un arco trionfale sulla piazza del Castello. Oltre a ciò dal Vasari sappiamo, con che ingegnosi automati Leonardo aiutò più tardi a decorar l'accoglienza fatta in Milano ai re di Francia, come signori del ducato. Ma anche nelle città minori si fecero talvolta dei tentativi degni d'essere menzionati. Allorquando il duca Borso (v. vol. I, pag. 66) venne nel 1453 a Reggio per ricevervi l'omaggio di quella città,[268] egli fu accolto alle porte con una grandiosa macchina, sulla quale appariva sospeso s. Prospero, il patrono della città, sotto un baldacchino sostenuto da angeli, e più in basso un disco girante con otto angeli che cantavano, due dei quali diedero al santo le chiavi della città e lo scettro, perchè presentasse l'una cosa e l'altra al duca. Poi s'avanzava una specie di carro tirato da cavalli nascosti, e portante un trono vuoto, dietro il quale stava una giustizia in piedi con un genio che la seguiva, agli angoli quattro vecchi legislatori circondati da sei angeli con bandiere, ad ambedue i lati cavalieri armati, ugualmente con bandiere. S'intende da sè, che il genio e la dea non lasciarono passare il duca senza rivolgerli la parola. Un secondo carro tirato, a quanto sembra, da un unicorno, portava una Carità con fiaccole accese; ma in mezzo a ciò non s'era voluto che mancasse il solito carro fatto a guisa di nave, spinto innanzi da uomini, che vi stavano dentro nascosti. Questo e le due allegorie precedevano il duca; giunti a s. Pietro, si fece una nuova fermata: un s. Pietro con due angeli stava sospeso in una glorietta rotonda sulla facciata, e di là spiccò un volo sino al duca, gli pose in capo una corona d'alloro e rivolò al suo posto.[269] Il clero poi dal canto suo ebbe cura di far rappresentare un'allegorìa d'indole affatto religiosa: su due alte colonne stavano l'Idolatria e la Fede: dopo che quest'ultima, rappresentata da una bella fanciulla, ebbe fatto il suo saluto dalla sua colonna, l'altra si sfasciò e precipitò assieme al fantoccio che portava. Più innanzi s'incontrò un «Cesare» circondato da sette belle donne, nelle quali erano simboleggiate le sette virtù, che Borso doveva seguire. Da ultimo si giunse al duomo; ma dopo il servizio religioso Borso dovette nuovamente prender posto sopra un alto trono dorato, dove una parte delle maschere menzionate lo complimentò una seconda volta. Posero termine allo spettacolo tre angeli, che si calavano a volo da un edifizio vicino a porgere al duca, tra lieti canti, ramoscelli di ulivo, simbolo della pace.
Diamo ora uno sguardo a quelle feste, nelle quali la processione stessa costituisce da sè la cosa principale.