Egli è fuor d'ogni dubbio che sin dai più remoti tempi del medio-evo le processioni sacre offrirono motivo ed occasione all'adozione delle maschere, fossero poi o fanciulli travestiti da angeli e destinati a seguire pubblicamente il Sacramento e le reliquie dei santi, che si portavano attorno, o personaggi stessi della Passione, che procedevano processionalmente, per esempio, il Cristo colla croce, i crocifissori, i centurioni, le pie donne. Ma colle grandi feste della Chiesa si collega assai per tempo l'idea di una processione della città, che, giusta le ingenue usanze del medio-evo, accoglie in sè una moltitudine di elementi profani. Particolarmente caratteristico è il carro navale (carrus navalis), tolto a prestito dall'antico paganesimo,[270] che, come notammo nell'esempio addotto, poteva introdursi in feste d'indole molto diversa, ma il cui nome servì principalmente a designare le feste «carnevalesche». Una tal nave poteva benissimo, perchè splendidamente arredata, piacere agli spettatori, senza che si ricordasse come che sia l'antico suo significato, e quando, per esempio. Isabella d'Inghilterra s'incontrò col di lei sposo l'imperatore Federico II in Colonia, mossero effettivamente ad incontrarla molti carri navali portanti degli ecclesiastici, che cantavano ed erano tirati da cavalli coperti.

Ma la processione religiosa poteva non solo venir decorata da aggiunte di qualsiasi specie, ma anche addirittura sostituita da un corteo di maschere spirituali. A ciò l'occasione può essere stata offerta da quei gruppi d'attori, che si recavano al luogo dove dovea rappresentarsi il Mistero, attraversando le vie principali di qualche città; ma pare anche che assai per tempo sia surta una specie di processioni spirituali indipendentemente affatto da ciò. Dante descrive il «trionfo» di Beatrice coi ventiquattro seniori della Bibbia,[271] i quattro mistici animali, le tre virtù teologali e le quattro cardinali, s. Luca, s. Paolo ed altri apostoli in guisa tale, che si è quasi costretti a presupporre già sin dal suo tempo l'esistenza effettiva di tali processioni. Questo si manifesta specialmente dal carro sul quale s'avanza Beatrice, e che nel bosco miracoloso della visione non sarebbe necessario, anzi vi sta in modo assai strano. O avrebbe Dante per avventura riguardato il carro soltanto come simbolo essenziale del trionfo? E sarebbe stato, invece, il suo poema quello, che pel primo diede l'impulso a tali processioni, la cui forma fu tolta a prestito dai trionfi degli imperatori romani? Comunque sia, certo è in ogni caso che tanto la poesia, quanto la teologia si sono con una certa predilezione attenute a questo simbolo. Il Savonarola nel suo «Trionfo della croce»[272] rappresenta Cristo sopra un carro trionfale, e sopra di lui la sfera splendente della Trinità, alla sua sinistra la croce, alla destra i due Testamenti; al di sotto, ma a grande distanza, la Vergine Maria; dinanzi al carro i patriarchi, i profeti, gli apostoli e i predicatori; ad ambedue i lati i martiri e i dottori coi volumi aperti; dietro di esso tutto il popolo dei credenti, e ad una considerevole distanza una moltitudine innumerevole di nemici, imperatori, potenti, filosofi ed eretici vinti, coi loro idoli distrutti, coi loro libri arsi. (Una grandiosa composizione di Tiziano intagliata sul legno richiama sotto molti punti di vista questa descrizione). Delle tredici elegie di Sabellico alla Madre di Dio (v. vol. I, pag. 85 e segg.), la nona e la decima contengono un circostanziato trionfo della medesima, ricco di allegorie, ma principalmente interessante per quella impronta di realtà e verità, che, del resto, sogliono dare a tali scene anche le pitture del secolo XV.


Ma assai più frequenti di questi trionfi spirituali erano i profani, modellati tutti su quelli degli imperatori romani, quali si scorgevano negli antichi bassorilievi o si leggevano nelle descrizioni dei vecchi scrittori. Il modo di studiare la storia degli Italiani d'allora, (col quale questo fatto sta in strettissima relazione), è stato già indicato altrove (v. vol. I, pag. 194 e 236).

Innanzi tutto qua e colà verificavansi effettivamente degli ingressi solenni di vittoriosi conquistatori, che si cercava di ravvicinare quanto più si poteva a questo tipo ideale, anche talvolta contro la volontà espressa dei conquistatori stessi. Francesco Sforza, nell'occasione del suo ingresso a Milano (1450), ebbe la forza di rifiutare il carro trionfale, che si teneva pronto, «dicendo tali cose essere superstizioni dei re».[273] Alfonso il Magnanimo, entrando nel 1443 solennemente a Napoli,[274] ricusò, se non il carro, almeno la corona d'alloro, che tutti sanno non aver disdegnato lo stesso Napoleone nella sua incoronazione a Nostra Donna di Parigi. In tutto il resto l'ingresso di Alfonso (che si effettuò attraverso una breccia aperta nelle mura, procedendo poi di là sino al duomo) fu uno strano miscuglio di elementi antichi allegorici ed anche essenzialmente grotteschi. Il carro, sul quale egli sedeva in trono e che veniva tirato da quattro cavalli bianchi, era assai alto, e tutto dorato: venti patrizi portavano il baldacchino di stoffa tessuta in oro, sotto il quale egli si avanzava. La parte del trionfo, che s'erano assunta i Fiorentini residenti a Napoli, consisteva innanzi tutto in un drappello di giovani ed eleganti cavalieri, che s'avanzavano armati di lance, sur un carro che portava la Fortuna, e in sette donne simboleggianti sette virtù, tutte a cavallo. La Fortuna,[275] conformemente a quella inesorabile allegoria, alla quale si sottomisero talvolta a quel tempo anche gli artisti, non era coperta di capelli che nella parte anteriore del capo, e si mostrava in tutto calva nella parte posteriore, e il genio che si trovava in uno dei gradini inferiori del carro e che doveva appunto simboleggiare il facile trasformarsi e svanire della fortuna, teneva i piedi immersi (?) in un bacino d'acqua. Indi seguiva, equipaggiata sempre dagli stessi Fiorentini, una schiera di cavalieri nei costumi di diversi popoli, o vestiti da principi e grandi stranieri, e poi sur un carro assai alto, al sommo di una sfera mondiale mobile, un Giulio Cesare,[276] coronato d'alloro, che spiegava al re in versi italiani tutte le allegorie precedenti e quindi si rimetteva in fila con gli altri. Sessanta Fiorentini, vestiti tutti di porpora e di scarlatto, chiudevano questa mostra di ciò che sapeva fare Firenze, madre di tutte le feste. Ma subito dopo seguiva un drappello di Catalani a piedi dentro piccoli cavalli finti, che portavano legati alle loro persone, e che rappresentavano una finta battaglia con un gruppo di Turchi, quasi per mettere in derisione la serietà sentimentale dei Fiorentini. Chiudeva la marcia trionfale un'imponente torre, la cui porta veniva guardata da un angelo con una spada in mano; in alto stavano ancora quattro Virtù, che cantavano, ciascuna da sola, le lodi del re.

Nell'ingresso di Luigi XII a Milano, che ebbe luogo nel 1507,[277] oltre l'inevitabile carro portante le Virtù, eravi anche un gruppo vivo rappresentante Giove, Marte ed una Italia circondata da una grande rete: poi seguiva un carro tutto pieno di trofei e così via.

Ma dove in realtà non v'erano trionfi da festeggiare, la poesia se ne indennizzò essa stessa e compensò anche largamente i principi. Il Petrarca e il Boccaccio avevano chiamato (v. pag. 184) i rappresentanti d'ogni specie di gloria a costituire il seguito di una figura allegorica: ora vengono evocate tutte le celebrità del tempo antico a formare il corteo dei principi. La poetessa Cleofe Gabrielli da Gubbio cantò in questo senso le lodi di Borso di Ferrara.[278] Essa gli diede a seguaci sette regine (le arti liberali), colle quali egli sale un carro, e poscia schiere intere d'eroi, i quali, per essere più facilmente riconosciuti, portano scritti i loro nomi sulla fronte; seguono quindi tutti i più celebri poeti, e gli dei seggono addirittura sul carro con lui. Intorno a questo tempo i trofei mitologici ed allegorici sui carri sono in generale frequentissimi, ed anche la più importante opera d'arte che ci sia stata conservata del tempo di Borso, il ciclo degli affreschi del palazzo di Schifanoja, ne offre un saggio in un fregio intero pieno di tali argomenti.[279] Raffaello, quando ebbe a dipingere la camera della «Segnatura», trovava omai questo genere di decorazione corrotto e scaduto. Il modo con cui egli seppe rialzarlo e infondergli nuova vita, non è l'ultimo titolo di gloria fra i tanti, che rendono immortale il suo nome e lo consacrano all'ammirazione dei posteri.

I trionfi propriamente detti dei conquistatori non erano che eccezioni. Ma ogni processione festiva, sia che fosse fatta per celebrar qualche avvenimento o non avesse anche nessuno scopo determinato, assumeva più o meno il carattere, e quasi sempre anche il nome di trionfo. Fa maraviglia anzi che non siano state messe in questa categoria anche le pompe funebri.[280]

Innanzi tutto nel carnevale e in altre occasioni celebraronsi trionfi di antichi duci romani: tali furono in Firenze quello di Paolo Emilio (sotto Lorenzo il Magnifico) e quello di Camillo (per la visita di Leone X), diretti ambedue dal pittore Francesco Granacci.[281] In Roma la prima festa completa di questo genere fu il trionfo dopo la vittoria su Cleopatra, celebrato[282] sotto Paolo II, e nel quale, oltre a molte maschere facete e mitologiche (le quali del resto non mancavano mai anche nei trionfi antichi), figuravano re incatenati, un senato vestito all'antica, edili, questori, pretori e simili, quattro carri in tutto di maschere che procedevano cantando, e senza dubbio anche carri portanti trofei. Altre processioni simboleggiavano più largamente l'antico dominio mondiale di Roma, e, di fronte al pericolo che realmente minacciava da parte dei Turchi, si ebbe il coraggio di rappresentare anche una cavalcata di Turchi prigionieri portati da cammelli. Più tardi, nel carnevale del 1500, Cesare Borgia, alludendo specialmente a sè stesso, volle che si celebrasse il trionfo di Giulio Cesare, con non meno di undici magnifici carri[283], certamente non senza grave scandalo dei pellegrini accorsi quivi d'ogni parte al Giubileo (vol. I, pag. 159). — Bellissimi e assai artisticamente intesi furono due trionfi di significato affatto generico rappresentati nel 1513 in Firenze da due società che gareggiavano tra loro, in occasione della elezione di Leone X;[284] l'uno raffigurava le tre età dell'uomo, l'altro le età del mondo personificate assai sensatamente in cinque quadri della storia di Roma e in due allegorie, che simboleggiavano l'epoca aurea di Saturno e il suo definitivo ritorno. La decorazione assai fantastica dei carri, quale non poteva mancare quando se ne occupavano gli stessi grandi artisti fiorentini, fece una tale impressione, che rimase vivo il desiderio di veder ripetuti periodicamente tali spettacoli. Sino a questo tempo le città soggette, nella ricorrenza annuale dell'omaggio, s'erano accontentate di presentare semplicemente i loro doni simbolici (stoffe preziose e candele di cera); ora[285] la corporazione dei mercatanti fece costruire dieci carri (ai quali in seguito dovevano aggiungersene molti altri), non tanto per portare, quanto per simboleggiare i tributi, ed Andrea del Sarto, che ne decorò alcuni, diede certamente ad essi la forma più splendida, di cui erano suscettibili. Questi carri portanti i tributi e i trofei vedevansi omai in ogni occasione solenne, anche se non si aveva molto da spendere. I Sanesi festeggiarono nel 1477 l'alleanza tra Ferrante e Sisto IV, nella quale entravano anch'essi, tirando attorno per la città un carro, nel quale «un individuo vestito da dea della pace s'avanzava, sedendo sopra una corazza ed altre armi».[286]