Canoni critici. — Coscienza della demoralizzazione. — Sentimento moderno dell'onore. — Predominio della fantasia. — Tendenza al giuoco ed alla vendetta. — Offese alla fede coniugale. — Situazione morale della donna. — L'amore spiritualizzato. — Tendenza generale al delitto. — Il malandrinaggio. — L'assassinio pagato, gli avvelenamenti. — Malfattori in senso assoluto. — La moralità in rapporto con lo sviluppo della vita individuale.
Il rapporto dei singoli popoli con le idee più sublimi, Dio, la virtù e l'immortalità, può bensì fino ad un certo punto essere investigato, ma non sarà mai suscettibile di venir con rigoroso metodo comparativo rappresentato. In questo riguardo quanto più le testimonianze sembrano esplicite, tanto più cauti si deve andare nell'accettarle e più ancora nel generalizzarle.
Questo principio deve valere innanzi tutto per qualsiasi giudizio intorno alla moralità. Fra i diversi popoli potrannosi mostrare molti contrasti e gradazioni diverse; ma per tirar la somma assoluta delle loro colpe, l'intelletto umano non ha forze bastanti. Il distinguere nella vita di un popolo ciò che esso deve al suo carattere nazionale da ciò che è il prodotto della sua libera attività e della sua riflessione, rimarrà sempre un enigma anche per questo, che i difetti hanno un lato rovescio, nel quale appajono invece qualità nazionali, anzi virtù. Lasciamo adunque che si sfoghino a lor talento quegli scrittori, che si dilettano d'infliggere alle nazioni censure generali e talvolta anche violente. I popoli occidentali potranno bensì maltrattarsi l'un l'altro, ma, per buona ventura, non mai giudicarsi a vicenda. Una grande nazione, che con la sua cultura, con le sue gesta e con le sue vicende è strettamente collegata colla vita di tutto il mondo moderno, non si preoccupa gran fatto nè di evitare accuse, nè di trovare difese, e continua la sua vita con o senza il beneplacito dei teorici.
Conformemente a ciò, quello che segue lungi dall'essere un giudizio, non è che una serie di osservazioni a guisa di postille, quali nacquero da sè da uno studio proseguito per molti anni sul Rinascimento italiano. Il loro valore intrinseco è poi tanto più limitato, in quanto per la maggior parte si riferiscono alla vita delle classi più elevate, rispetto alle quali noi abbiamo senza confronto, tanto nel bene che nel male, molto più ampie informazioni in Italia, che non in qualsiasi altro paese europeo. Siccome però, rispetto all'Italia, la lode ed il biasimo si fanno anche sentire più altamente che altrove, così neanche con ciò noi ci troviamo d'un passo più avanzati sulla via d'un generale apprezzamento della moralità.
Quale occhio può penetrare nelle profondità, dove si formano i caratteri e i destini dei popoli, — dove gli elementi innati e quelli acquisiti si fondono insieme e diventano una seconda, una terza natura, — dove anche le attitudini mentali, che a prima vista si crederebbero originarie, si svolgono soltanto in un'epoca relativamente tarda e sotto forme del tutto nuove? E, per dare un esempio, chi potrebbe dire se gl'Italiani vissuti prima del secolo XIII abbiano posseduto, o no, quella pienezza di vita e di forza, quella attitudine a fondere plasticamente nella parola e nella forma, quasi scherzando, qualsiasi concetto, che loro furono proprie più tardi? — E se non sappiamo nemmeno questo, come possiamo noi giudicare quel complesso di rapporti infinitamente varii e delicati, per mezzo dei quali lo spirito e la moralità incessantemente si compenetrano ed identificano tra loro? Un tribunale pei singoli individui lo si ha, e la sua voce è quella della coscienza; ma chi oserà pronunciare sentenze generali sui popoli? Quello fra essi, che più sembra infermo, può essere invece il più prossimo alla guarigione, e un altro apparentemente sano può covare in sè un germe di morte certa e sicura, che però non si manifesterà se non nel dì del pericolo.
Al principio del secolo XVI, quando la cultura del Rinascimento era giunta alla sua maggior perfezione e al tempo stesso la rovina politica della nazione era divenuta omai irreparabile, non mancarono gravi pensatori, che vollero vedere un nesso tra quest'ultimo fatto e la grande immoralità, che allora regnava. Nè sono già quei queruli predicatori, che sogliono alzar la voce contro la depravazione dei costumi in ogni tempo e presso ogni popolo; ma è lo stesso Machiavelli, che in una delle più meditate fra le sue opere[295] apertamente il confessa: «pur troppo, noi Italiani siamo in modo particolare irreligiosi e corrotti». — Un altro forse avrebbe detto: noi siamo giunti ad un grado eccezionale di sviluppo individuale; coi pregiudizi di casta abbiamo spezzato anche i vincoli d'una morale e d'una religione pregiudicate, e delle leggi esterne non ci curiamo, perchè i nostri tiranni sono illegittimi e i loro giudici e subalterni gente guasta e corrotta. — Machiavelli invece soggiunge: «perchè la Chiesa e i suoi ministri danno il pessimo di tutti gli esempi».
Dovremo noi alla nostra volta aggiungere ancora: «perchè l'antichità esercitò a questo riguardo una fatale e perniciosa influenza?» — Ma, in tal caso, la proposizione va accolta colle necessarie riserve. Infatti, se essa potrebbe aversi come vera rispetto agli umanisti (v. vol. I, pag. 365), tenuto conto della loro vita disordinata e sensuale, non potrebbe riguardarsi come tale rispetto agli altri, dei quali si direbbe tutt'al più aver essi, dopo che si famigliarizzarono coll'antichità, sostituito all'ideale della vita cristiana (la santità) il culto della grandezza storica (v. vol. I, pag. 203 nota). E da ciò accadde altresì, per un equivoco del resto assai naturale, che si ebbe una certa indulgenza anche pei difetti, appunto perchè, in onta ad essi, gli uomini grandi non cessarono di esser tali. Probabilmente la cosa avvenne senza che vi si ponesse mente, poichè se si volesse addurne in prova delle testimonianze, queste non si potrebbero trovare pur sempre che presso gli umanisti, come, ad esempio, presso Paolo Giovio, che scusa coll'esempio di Giulio Cesare lo spergiuro di Giangaleazzo Visconti, inquanto per esso fu resa possibile la fondazione di uno Stato.[296] Ma nei grandi storici e politici fiorentini simili citazioni servili non s'incontrano mai, perchè ciò che nei loro giudizi e nelle loro azioni ha colore di antichità, non è che una conseguenza dell'ordinamento politico sotto il quale vivevano, e che naturalmente doveva creare in essi un modo di sentire e di pensare analogo a quello dell'antichità.
In onta a tutto questo però non si può disconoscere, che l'Italia intorno al principio del secolo XVI versasse in una grave crisi morale, dalla quale i migliori stessi disperavano quasi di trovare un'uscita.