Cominciamo dal far conoscere la forza morale, che più di tutto controoperava all'immoralità prevalente. Quegli uomini superiori credettero scorgerla sotto la forma del sentimento d'onore. Questo è quel misterioso complesso di coscienza e di egoismo, che rimane ancora all'uomo moderno, anche quando egli, con o senza sua colpa, ha perduto ogni altra cosa, fede, amore e speranza. Un tal sentimento si collega assai facilmente con molto egoismo e con grandi vizi, ed è suscettibile di infinite illusioni; ma può associarsi altresì con quanto di più nobile è rimasto in taluno, e poi divenir fonte di nuove forze e di nuova energia. In un senso molto più ampio, che non suol credersi comunemente, esso è divenuto pei moderni Europei, giunti già ad un grado assai notevole di sviluppo individuale, una norma costante delle loro azioni; ed anche molti fra coloro, che, oltre a ciò, serbano fede alla morale ed alla religione, quasi senza saperlo, in tutte le più importanti loro deliberazioni lo seguono.[297]
Non è del nostro assunto il mostrare come l'antichità avesse anch'essa una tal quale idea di questo sentimento, e come poi il medio-evo ne abbia addirittura fatto un privilegio speciale di una classe determinata. E nemmeno è nostra intenzione di venire a questione con coloro, che riguardano la coscienza come l'unico movente essenziale delle azioni umane. Certo che nulla di meglio potrebbe desiderarsi, qualora ciò sempre accadesse; ma, poichè le migliori risoluzioni partono «da una coscienza più o meno intorbidata di egoismo», meglio è chiamar le cose col loro vero nome. Spesse volte riesce malagevole il distinguere negli Italiani del Rinascimento questo sentimento d'onore dalla sete assoluta di gloria, nella quale non di rado si fonde; ciò non toglie però che, quanto alla sostanza, sieno e rimangono due cose del tutto diverse.
Le testimonianze a questo riguardo abbondano piuttosto che non scarseggino. Ma basterà una per tutte, appunto perchè autorevolissima, e la desumeremo dagli aforismi del Guicciardini, per la prima volta non ha guari pubblicati.[298] «A chi stima l'onore assai, succede ogni cosa; perchè non cura fatiche, non pericoli, non danari. Io l'ho provato in me medesimo; però lo posso dire e scrivere; sono morte o vane le azioni degli uomini, che non hanno questo stimolo». È giusto però notare, che da altre notizie intorno alla vita dell'autore evidentemente apparisce, che qui egli parla del solo sentimento d'onore, e non anche di quello di gloria propriamente detto. E in modo ancora più esplicito su questo argomento si esprime il Rabelais, che noi, benchè spesso violento e sempre barocco, non possiamo tuttavia astenerci dal citare, appunto perchè in lui, meglio che in qualunque altro, troviamo un concetto chiaro e spiccato di ciò che sarebbe il Rinascimento senza il prestigio della forma e della bellezza.[299] La sua descrizione di uno stato ideale nel chiostro dei Telemiti ha un'importanza affatto decisiva nella storia della civiltà, tanto che può dirsi che, senza questa potente fantasia, l'immagine del secolo XVI resterebbe pur sempre incompleta. Ecco ciò che, fra molte cose, egli scrive de' suoi cavalieri e delle sue dame dell'ordine del Libero Volere:[300]
«En leur reigle n'estoit que cette clause; Fay ce que vouldras. Parce que gens liberes, bien nayz,[301] bien instruictz, conversans en compaignies honnestes, ont par nature ung instinct et aguillon, qui tousjours les poulse à faictz vertueux, et retire du vice: lequel il nommoyent honneur».
È la stessa fede nella bontà dell'umana natura, che animava anche gli uomini della seconda metà del secolo XVIII, e che spianò la via alla Rivoluzione francese. Anche fra gl'Italiani ognuno si riporta individualmente a questo suo nobile istinto, e per quanto anche — principalmente sotto l'impressione delle sventure nazionali — si voglia portare sull'intera nazione un giudizio non troppo favorevole, non si potrà però mai negar ad un tale sentimento la giustizia che esso si merita. Se lo sviluppo illimitato dell'individualità fu un fatto provvidenziale, superiore in tutto al volere dei singoli, non meno provvidenziale dovrà ritenersi anche la forza reagente, quale a questo tempo si manifesta in Italia. Quante volte e contro quali violenti attacchi dell'egoismo essa abbia trionfato, noi non sappiamo, nè sapremo giammai; ma, appunto perciò, il nostro giudizio non basta, nè basterà mai, a pronunciare in via assoluta sul valore morale della nazione.
La forza, contro la quale ebbe principalmente a lottare l'Italiano del Rinascimento per conservarsi morale, è la fantasia, che presta innanzi tutto alle sue virtù ed a' suoi vizi i suoi colori particolari, e sotto il cui dominio l'egoismo si manifesta in quanto ha di più spaventevole.
Per essa, ad esempio, egli diventa il primo ed il più destro giuocatore del tempo moderno, mentre gli fa balenare dinanzi agli occhi le immagini della futura ricchezza e dei futuri piaceri con tale vivacità, che egli, per giungervi, pone a repentaglio ogni cosa. Senza alcun dubbio i popoli maomettani gli sarebbero in ciò andati innanzi, se fin da principio il Corano non avesse stabilito il divieto del giuoco come la più necessaria salvaguardia della morale islamitica, e non avesse invece attirato la fantasia de' suoi seguaci alla ricerca dei tesori nascosti. In Italia il furore del giuoco divenne universale, minacciando sin d'allora assai di frequente l'esistenza di singoli individui od anche d'intere famiglie. Firenze ha già sulla fine del secolo XIV il suo Casanova, un tal Buonaccorso Pitti, che, viaggiando continuamente in qualità di mercatante, di agente politico, di speculatore, di diplomatico e di giuocatore di professione, guadagnò e perdette enormi somme, e non trovava competitori che fra i principi, quali, ad esempio, i duchi di Brabante, di Baviera e di Savoia.[302] Anche quel gran, vaso della fortuna, che allora si chiamava la Curia romana, abituò i suoi membri ad un bisogno di sovreccitazione, che naturalmente si sfogava nel giuoco dei dadi negl'intervalli, che loro restavano tra un grande intrigo ed un altro. Franceschetto Cybo, per esempio, perdette in due volte giuocando col cardinale Raffaele Riario 14,000 ducati, e poi si lagnò al Papa, che il suo avversario lo avesse truffato.[303] In seguito l'Italia divenne notoriamente la patria del lotto.
Ella è pure la fantasia quella, che dà alla sete della vendetta il suo carattere particolare. Non è impossibile che in tutto l'occidente da tempo antichissimo il sentimento del proprio diritto sia stato uno ed identico, e che la sua violazione, ogni volta che rimase impunita, sia stata sentita allo stesso modo. Ma gli altri popoli, se anche non perdonano più facilmente, hanno però una maggior facilità a dimenticare, mentre la fantasia dell'Italiano tien viva la ricordanza dell'offesa con una tenacità spaventevole.[304] Il fatto poi che nella morale del popolo la vendetta è riguardata come un dovere e spesso viene esercitata nel modo il più terribile, serve di stimolo e sprone a questa già universale tendenza. Governi e tribunali ne riconoscono l'esistenza e la legittimità, e non cercano che di frenarne i maggiori eccessi. Ma fra i contadini si rinnovano i banchetti di Tieste, e le stragi reciproche si fanno ogni dì più frequenti. Anche qui una testimonianza basterà per molte.[305]
Nel contado di Acquapendente tre pastorelli guardavano il gregge, ed uno di loro disse: facciamo la prova del come s'impiccano le persone. Detto, fatto. Uno montò sulle spalle dell'altro, e il terzo, annodata al primo la corda al collo, la legò poscia ad una quercia: in quella sopravvenne il lupo, e i due fuggirono, e il terzo rimase appeso. Più tardi, tornando, lo trovarono morto e lo seppellirono. La domenica venne il padre di quest'ultimo per recargli del pane, ed uno dei due gli confessò l'accaduto e gli mostrò la sepoltura. Il vecchio, montato in furore, lo trucidò con un coltello, lo fece a pezzi, ne estrasse il fegato e in una cena lo diè a mangiare al padre di lui; poi gli disse qual fegato avesse mangiato. Da quel momento cominciarono le stragi reciproche tra le due famiglie, e nel periodo di un mese trentasei persone furono uccise, senza distinzione alcuna di sesso o di età.