Ma queste vendette, ereditarie di generazione in generazione sin nei parenti collaterali e negli amici, non si limitarono soltanto alle classi inferiori; esse si estesero ben presto in larga misura anche alle sfere le più elevate. Le cronache e le novelle ne recano esempi frequentissimi, e per lo più per offese recate al pudor femminile. Il terreno classico di tali fatti era in modo speciale la Romagna, dove la vendetta si confondeva con tutte le specie possibili di intrighi e parteggiamenti. I novellieri ci dipingono qua e colà con colori terribili lo stato di brutale ferocia, in cui erano cadute queste audaci e vigorose popolazioni. Tale, per esempio, è la storia di quell'illustre ravennate, che era giunto a prendere e a far rinchiudere in una torre i suoi nemici, e che, mentre avrebbe potuto farli abbruciar tutti, li pose in libertà, li abbracciò e convitò splendidamente, dietro di che, tramutatasi in questi la vergogna in furore, si diedero a congiurar contro di lui peggio di prima.[306] Non mancavano, è vero, pii e santi monaci, che predicavano la pace e la conciliazione; ma il meglio che essi ottennero, fu di arrestare talvolta l'effettuazione di qualche vendetta già preparata, non mai però d'impedire che se ne meditassero delle nuove. Nelle novelle non è raro il caso di veder anche questa momentanea influenza della religione, che suscita improvvisi slanci di generosità, ma che poi cede di nuovo ai vecchi rancori e ad una passione, che ha in sè qualche cosa di quasi fatale. Il Papa stesso non potè sempre dire di esservi riuscito, quando si propose di condurre ad effetto una qualche pacificazione. Papa Paolo II voleva che cessassero gli odii fra Antonio Caffarello e la casa Alberino, e perciò chiamò a sè il Caffarello stesso e Giovanni Alberino e comandò loro di baciarsi l'un l'altro alla sua presenza, intimando a ciascuno una multa di 2000 ducati, se avesse comecchessia offeso il suo avversario; e due giorni dopo Antonio fu pugnalato per mano di Giacomo Alberino, figlio di Giovanni, che da lui era stato prima ferito, e papa Paolo ne risentì sdegno e fece confiscare i beni all'Alberino e abbatterne le case e bandire il padre ed il figlio da Roma.[307] I giuramenti e le ceremonie solenni, colle quali i riconciliati aveano cura di garantirsi ciascuno da una nuova sorpresa, sono talvolta spaventevoli: quando nella notte di s. Silvestro dell'anno 1492 nel duomo di Siena[308] i partiti dei «Nove» e dei «Popolari» dovettero a due a due darsi il bacio di pace, fu letto durante quell'atto un giuramento «così strano e terribile, che non s'è mai udito l'eguale»: ai violatori di esso s'imprecavano da Dio tutte le pene temporali ed eterne, e la maledizione nelle estreme agonie della morte. È evidente che simili fatti accennano piuttosto ad una condizione d'animo disperata da parte dei mediatori, anzichè ad una vera garanzia della pace, e che appunto le riconciliazioni le più sincere erano quelle, che meno delle altre avean d'uopo di tali giuramenti.
Ora il bisogno individuale della vendetta nell'uomo colto ed alto-locato, basandosi sull'esempio efficace di una analoga usanza popolare, si manifesta naturalmente sotto mille aspetti, e dalla pubblica opinione, che qui parla per bocca di novellieri, è senza riserva alcuna approvato.[309] Tutti convengono in questo, che rispetto a quelle ingiurie ed offese, per le quali la giustizia non procaccia veruna riparazione, e specialmente poi rispetto a quelle, per le quali non c'è, nè ci può essere il braccio vindice di nessuna legge, ognuno può farsi ragione da sè. Bensì la vendetta deve compiersi con una certa destrezza e la soddisfazione risultare da un danno effettivo e da una umiliazione morale inflitta all'offensore, non riguardandosi un atto qualunque di brutale violenza come una vera e conveniente vendetta. Non il braccio soltanto, ma tutto l'uomo deve trionfare.
L'Italiano di questo tempo è capace di una profonda simulazione per raggiungere certi scopi determinati, ma non mai di un atto qualsiasi d'ipocrisia in questioni di principii nè dinanzi agli altri, nè dinanzi a sè stesso. Ecco perchè, con una ingenuità affatto caratteristica, si ammette questa specie di vendetta come un vero bisogno. Uomini del resto tutt'altro che esaltati la lodano quando, disgiunta dalla passione, e non avendo in mira che di approfittare dell'opportunità, si esercita soltanto «perchè gli altri imparino a non ti offendere».[310] Però tali casi sembrano assai rari in confronto di quelli, nei quali la passione cerca uno sfogo. È chiaro da sè che questo genere di vendetta si differenzia dalla vendetta di sangue propriamente detta: infatti, mentre quest'ultima si tiene ancora entro i limiti della rappresaglia o, se si vuole, del jus talionis, la prima necessariamente va molto più in là, non solamente esigendo una soddisfazione di stretto diritto, ma cercando anche di provocare l'ammirazione e, secondo le circostanze, di spargere perfino il ridicolo sull'offensore.
In ciò sta anche la ragione dell'indugio, talvolta lungo, che si frappone all'esecuzione. Per una «bella vendetta» si esige di regola un concorso di circostanze, che il tempo soltanto può maturare. E questo appunto è il tema favorito di molte novelle.
Qual moralità ci potesse essere in azioni, nelle quali l'accusatore e il giudice sono una sola ed identica persona, non occorre di dirlo. Che se pur si volesse comecchessia giustificare questa passione ardente, che divorava gl'Italiani d'allora, ciò non potrebbe farsi se non col contrapporvi qualche corrispondente virtù nazionale, per esempio, la riconoscenza; dovendosi presumere, che quella stessa fantasia, che rinfresca e ingrandisce la memoria dei torti sofferti, sia anche in grado di tener viva la memoria del beneficio ricevuto.[311] Ma le prove di fatto a questo riguardo sono impossibili, sebbene non ne manchino indizi molto spiccati nel carattere attuale della nazione, quale, ad esempio, la grande riconoscenza con cui le classi inferiori accolgono ogni dimostrazione di benevolenza verso di loro, e la grata memoria che conservano le superiori di ogni cortesia ricevuta nei sociali convegni.
Ora questo rapporto della fantasia colle qualità morali degl'Italiani si riproduce continuamente. E se anche nei singoli casi, in cui l'uomo del nord segue piuttosto l'impulso suo naturale, l'Italiano invece sembra seguire unicamente la norma di un freddo calcolo, ciò non dipende da altro, fuorchè da un sentimento d'individualismo, che in quest'ultimo è infinitamente più sviluppato. Anche fuori d'Italia, dovunque un fatto identico si verifica, identici sono pure gli effetti: l'allontanarsi, per esempio, assai per tempo dalla propria casa e il sottrarsi all'autorità paterna è una tendenza comune tanto alla gioventù italiana, quanto a quella dell'America settentrionale. Più tardi nelle indoli più generose a questa tendenza subentra uno slancio spontaneo di pietà figliale e di affetto reciproco.
In generale egli è difficilissimo il portar un giudizio esatto sulle qualità morali di una nazione, che non sia la propria. Queste qualità possono manifestarsi in un modo così singolare, che uno straniero sia assolutamente incapace di riconoscerle e di apprezzarle. Forse in questo riguardo tutte le nazioni occidentali d'Europa hanno, ciascuna, prerogative lor proprie e che non si riscontrano nelle altre.
Ma dove la fantasia esercita un fascino prepotente e quasi tirannico nelle cose della morale, egli è appunto nei rapporti illeciti de' due sessi, nell'amore considerato come passione sensuale. Che la prostituzione esistesse anche nel medio-evo prima della comparsa della sifilide, è cosa notissima, nè d'altronde potrebbe essere del nostro assunto l'addurne le prove. Ma nell'Italia del Rinascimento c'è questo di proprio, che il matrimonio e i suoi diritti, forse più che altrove, e in ogni caso più deliberatamente che altrove, vengono calpestati. Le fanciulle, specialmente quelle delle classi più elevate, guardate gelosamente, non figurano mai sulla scena: la passione dominante non è che per le donne coniugate.
Accanto ad un tal fatto più notevole parrà la circostanza che i matrimoni non scemassero punto e che la vita di famiglia non ne soffrisse veruno di que' danni, che in altri paesi in casi simili non avrebbero mancato di manifestarsi. Si voleva assolutamente vivere a proprio talento, ma non per questo rinunciare alla famiglia, anche quando c'era qualche ragione di temere, che non fosse del tutto propria. E non si nota neanche verun sintomo di decadenza fisica o morale, come tale, — poichè di quell'apparente deterioramento morale, di cui si veggono le tracce verso la metà del secolo XVI, non è difficile trovare altre cause tutte d'indole politica, e religiosa, anche quando non si voglia concedere, che il Rinascimento avesse oggimai percorso l'intero stadio della sua vita ed esaurito tutte le fonti della propria attività. Gli Italiani continuarono, ad onta di tutti i loro disordini, ad appartenere alle popolazioni più sane di corpo e di mente di tutta Europa,[312] e notoriamente conservano anche oggidì questa loro prerogativa, dopochè hanno considerevolmente migliorato i loro costumi.