Ora, se noi ci facciamo a studiare più dappresso la morale dell'amore all'epoca del Rinascimento, non potremo a prima vista non restar profondamente colpiti dal notevole antagonismo, che si manifesta nelle testimonianze che ne parlano. I novellieri e i poeti comici ci lascierebbero credere, che l'amore non consistesse che nel piacere, e che ad ottenerlo tutti i mezzi, tragici o comici, fossero non solo leciti, ma anche tanto più degni d'ammirazione, quanto più audaci e arrischiati. Se invece si leggono i migliori lirici di quel tempo e gli scrittori di dialoghi, desta veramente maraviglia l'entusiasmo, la profondità e la purità, con cui intendono questa passione, anzi si può dire di trovarne in essi l'ultima e la più sublime espressione, quando li veggiamo riprodurre le idee degli antichi di una originaria unità delle anime nell'Essere supremo e divino. E tanto l'un modo di vedere che l'altro sono a quel tempo veri e sentiti nello stesso individuo. Non è invero cosa lodevole, ma sta di fatto, che nell'uomo colto del tempo moderno non solo esistono contemporaneamente e tacitamente diversi gradi di sentimento, ma si manifestano anche apertamente e, secondo le circostanze, anche artisticamente. L'uomo moderno soltanto, al pari dell'antico, è anche in questo riguardo un microcosmo, ciò che non era nè poteva essere quello del medio-evo.
Innanzi tutto merita d'essere studiata la morale delle novelle. Nella maggior parte di esse le donne che vi figurano, sono coniugate; trattasi adunque di veri adulterii.
Qui acquista una grande importanza ciò che altrove (v. pag. 165 e segg.) s'è detto sulla posizione della donna, uguale in tutto a quella dell'uomo. La donna, più altamente educata e pienamente conscia della sua individualità, dispone di se con una padronanza affatto diversa che non al nord, e l'infedeltà non vi produce una perdita così completa della sua riputazione, qualora essa possa guarentirsi dalle conseguenze visibili della medesima. Il diritto del marito alla di lei fedeltà non ha quella solida base, che esso acquista nel nord mediante la poesia e la passione del periodo dell'innamoramento e degli sponsali; dopo una conoscenza affatto superficiale, la giovane sposa passa nel mondo dalla vigile custodia paterna o dal chiostro, e allora soltanto la sua individualità riceve uno sviluppo rapido e quasi inatteso. In conseguenza di ciò il diritto del marito è pur sempre un diritto condizionato, ed anche chi lo riguarda come un jus quaesitum, si riferisce più particolarmente alle modalità esterne del contratto, anzichè ai sentimenti del cuore. Una donna giovane e bella, divenuta moglie di un vecchio, respinge, ad esempio, i doni e le ambasciate di un giovane amante col fermo proposito di conservare la sua honestà. Ma essa si compiace nondimeno dell'amore del giovane per le sue molte virtù, «conoscendo che può amare cortese donna virtuoso spirito, senza pregiudicio della sua honestà».[313] — Tuttavia, quanto non è breve la via da una tale distinzione ad una completa caduta!
Quest'ultima sembra giustificata, quando vi sia di mezzo l'infedeltà reciproca del marito. La donna, conscia della propria dignità, sente in quella offesa non solo un dolore, ma un insulto ed una umiliazione, e non volendo lasciarsi vincere in astuzia, medita di sangue freddo una vendetta. Dipende poi dalla sua discrezione, che la pena sia proporzionata alla colpa dell'offensore. La più grande offesa, per esempio, può talvolta appianare la via ad una pacifica convivenza per l'avvenire, quando rimanga completamente segreta. I novellieri, che ciò non ostante la vengano a risapere o che, secondo lo spirito del tempo, la inventano, non mancano di esprimere la loro piena ammirazione, ogni volta che la vendetta è veramente pari all'offesa, o, in altre parole, è pensata e condotta come una vera opera d'arte. S'intende da sè, che il marito non riconosce in sostanza mai un tale diritto di rappresaglia, e vi si rassegna soltanto, quando ragioni di paura o di prudenza glielo consigliano. Che se queste manchino affatto, ed egli per l'infedeltà della moglie si vegga esposto al pericolo di venir beffato dai terzi, la cosa muta aspetto all'istante e può anche divenir tragica, non essendo raro il caso che all'adulterio tenga dietro l'assassinio o qualsiasi altra più atroce vendetta. In tali casi non è degno di poca considerazione il fatto che, oltre il marito, anche il fratello,[314] il padre della donna vi si credano autorizzati, anzi obbligati: ciò mostra che il movente principale non è già la gelosia, nè tampoco il sentimento morale che si trovi offeso, ma bensì il desiderio di far pagare ai terzi il fio dei loro scherni e motteggi. «Oggi, dice il Bandello,[315] si vede quella, per aver più largo campo a' suoi appetiti, avvelenare il marito, come se le fosse lecito, essendo vedova, far quanto le aggrada. Quell'altra, dubitando che il marito non discopra gli amori che ella fa, per via dell'amante lo fa ammazzare.... E quantunque i padri, i fratelli, i mariti molte di loro (per levarsi dagli occhi il manifesto vituperio, che rende loro la malvagia vita delle figliuole, sorelle e mogli) con veleno, con ferro e con altri mezzi facciano morire; non resta per questo, che molte di loro, sprezzata la vita e l'onore, non si lascino dagli sfrenati appetiti trasportare in qualche nuovo fallo». Un'altra volta, in tuono meno severo, esclama: «piacesse al cielo che non si sentisse ogn'ora: il tale ha morto la moglie, perchè dubitava che non gli fosse fedele; quell'altro ha soffocato la figliuola, perchè di nascosto s'era maritata; e colui ha fatto uccidere la sorella, perchè non s'è maritata come egli avrebbe voluto. Questa è pur certamente una gran crudeltà, che noi vogliamo tuttociò che ci vien in animo, fare, e non vogliamo che le povere donne possano fare a lor voglia cosa che sia; e se fanno cosa alcuna, che a noi non piaccia, subito si viene ai lacci, al ferro e ai veleni.... Invero grave sciocchezza quella degli uomini mi pare, che vogliono, che l'onor loro e di tutta la casata consista nell'appetito di una donna!» Pur troppo talvolta si sapeva già in anticipazione l'esito di simili cose con tale sicurezza, che il novelliere poteva mettere una taglia sulla vita di un amante, minacciato ancora, mentre questi se ne andava attorno vivo. Il medico Antonio Bologna[316] s'era sposato segretamente colla duchessa vedova di Amalfi della casa d'Aragona: già i di lei fratelli l'aveano potuta, insieme ai figli, riavere in loro potere e l'avean fatta uccidere in un castello. Antonio, che non sapeva ancora quest'ultima circostanza, e che veniva lusingato con speranze di riaverla, trovavasi a Milano, dove era insidiato da prezzolati sicari, e una volta nella società di Ippolita Sforza cantò sul liuto la storia delle sue sventure. Un amico della detta casa, Delio, «narrò a Scipione Atellano tutta l'istoria, e aggiunse che voleva metterla in una delle sue novelle, sapendo di certo che il povero Bologna sarebbe ammazzato». Il modo con cui ciò accadde quasi sotto gli occhi di Delio e di Atellano, è narrato dal Bandello in una novella assai commovente (I, 26).
Ma in mezzo a tuttociò i novellieri mostrano qua e là di compiacersi in modo particolare di ogni tratto spiritoso, astuto e comico, che accompagni l'adulterio, e assai volentieri si trattengono a narrar gli artificj, coi quali taluno è giunto a penetrar di soppiatto in qualche casa, i segnali simbolici e le ambasciate che si fanno gli amanti, le casse provvedute anticipatamente di guanciali e confetture per potervi celare il drudo e farlo trasportare altrove e così via. Il burlato marito vien dipinto, secondo le circostanze, o come un personaggio per sè stesso ridicolo o come un terribile vendicatore, nè c'è altra alternativa, sia che la donna figuri come malvagia e crudele o l'amante come vittima innocente. Ma i racconti di quest'ultima specie non sono vere novelle, bensì esempi terribili attinti alla vita reale.[317]
Quando la vita italiana nel corso del secolo XVI assunse un carattere al tutto spagnuolo, la gelosia estremamente violenta nei mezzi forse aumentò, ma non si deve confonderla colla rappresaglia già esistente anteriormente e fondata nello spirito stesso del Rinascimento italiano. Più tardi, diminuendo l'influsso della civiltà spagnuola, diminuirono anche quegli eccessivi furori sino a che sul finire del secolo XVII si giunse a tal punto di apatica indifferenza, che il Cicisbeo fu riguardato come un personaggio indispensabile in ogni famiglia, ed oltre a ciò si tollerarono uno od anche parecchi Patiti.
Or chi vorrà istituire un confronto fra tanta immoralità e ciò che avveniva negli altri paesi? Nel secolo XV, ad esempio, era il matrimonio in Francia forse più sacro che non Italia? I fabliaux e le farse permettono di dubitarne, e si è tentati di ritenere che l'immoralità non vi fosse meno frequente, ma che soltanto le conseguenze tragiche vi fossero meno rare, perchè l'individuo era meno sviluppato ed aveva minori pretese che non in Italia. Piuttosto s'avrebbe qualche testimonianza alquanto più favorevole riguardo ai popoli germanici, nella maggiore libertà concessa nei rapporti sociali alle donne ed alle fanciulle, che fu causa di così grata sorpresa agli Italiani in Inghilterra e nei Paesi Bassi (v. pag. 170 nota). Tuttavia anche a ciò non si deve dare un peso eccessivo. Certamente l'infedeltà era molto frequente anche in Germania e condusse spesso anche quivi a deplorevoli eccessi. Basta osservare come i principi del nord, al menomo sospetto, si sbarazzavano a questo tempo delle loro mogli.
Ma nella cerchia delle cose illecite presso gl'Italiani d'allora non havvi soltanto l'amore sensuale, il grossolano appetito dell'uomo volgare, ma anche la passione degli spiriti più elevati e generosi; non solamente perchè in quella società mancavano affatto le fanciulle, ma anche perchè l'uomo, quanto più era perfetto, tanto maggiormente si sentiva attratto dalle qualità della donna, che nel matrimonio avea raggiunto il pieno sviluppo della propria personalità. Questi uomini sono appunto quelli, che hanno sollevato la poesia lirica alle sue più alte ispirazioni, e che tentarono anche nei trattati e nei dialoghi di dare un'immagine spirituale alla passione che li divorava, dipingendola come un amore divino troppo spesso franteso, e quindi calunniato, dai posteri, ma creduto e rispettato dai coetanei. Quand'essi si lagnano della crudeltà del dio alato, non intendono lagnarsi con ciò soltanto della durezza della loro bella o dell'eccessiva sua riservatezza, ma anche della illegittimità della loro passione. Essi cercano di sollevarsi al di sopra di questa sciagura spiritualizzando l'amore ed appoggiandosi alla dottrina dell'amore platonico, ed ebbero in Pietro Bembo il loro più illustre rappresentante. Le sue opinioni in proposito ci son fatte manifeste da quanto egli stesso scrive nel terzo libro de' suoi «Asolani» e dallo splendido discorso, che gli è posto in bocca dal Castiglione sulla fine del quarto libro del «Cortigiano». Nè l'uno, nè l'altro di questi autori professò nella sua vita le massime di un rigido stoicismo, ma per quel tempo era pur sempre qualche cosa, se contemporaneamente si poteva essere celebre e buono, e all'uno e all'altro di questi due titoli hanno diritto entrambi. I contemporanei credettero alla verità dei loro sentimenti; qual diritto potremmo aver noi di metterli in dubbio? Chiunque si dia la pena di leggere nel Cortigiano l'intiero discorso citato, vedrà immediatamente come sarebbe impossibile darne un'idea per mezzo di un semplice compendio od estratto. In allora viveano alcune illustri donne in Italia, le quali dovettero la loro celebrità appunto a questo genere di amori; tali furono Giulia Gonzaga, Veronica da Correggio, e più particolarmente ancora Vittoria Colonna. Il paese e l'età in cui nacquero i dissoluti e i beffatori più famosi, rispettò quei sentimenti e quelle donne, che seppero ispirarli: che cosa si potrebbe dire di più in loro lode? O si dirà per avventura, che il movente principale di tutto ciò era la vanità, e che Vittoria si sentisse oltremodo lusingata dalle espressioni le più esagerate di un amore senza speranze? Ma, se anche la cosa qua e colà era, più che altro, una moda, non piccola lode per Vittoria sarà pur sempre che, uniformandovisi, sia ciò non ostante riuscita a lasciare di sè una traccia così profonda anche nella più tarda posterità. — Ci volle del bel tempo prima che negli altri paesi s'incontrassero personalità tanto spiccate.